Santa Teresa di Gesù Bambino - Apostole Sacro Cuore

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Santa Teresa di Gesù Bambino
In questo tempo di pandemia in cui emerge la sofferenza, la paura, la difficoltà, siamo obbligati a confrontarci con l’esistenza del male. Gesù stesso non è stato privato dall’esperienza della tentazione e soprattutto della Croce! Per questo motivo nascono le domande: perché la sofferenza fisica? Perché la malattia? Perché le prove spirituali? Perché la morte? Dov’è Dio in questi frangenti?  
 
S. Teresa ci è Maestra in questi momenti di difficoltà, perché la sua vita non è stata “tutta rose e sorrisi” anzi, ha modellato con fortezza la sua esistenza sul Vangelo, imprimendo di puro eroismo gli atti più ordinari comuni, credendo fermamente alla Parola del Maestro, rischiarando il suo quotidiano con una fiducia incondizionata all’amore misericordioso e paterno di Dio e continuando ostinatamente a sperare in Lui.

Teresa di fronte alla malattia e alla prova
 
“Ci sono sempre delle stelle in cielo, ma non le vediamo sempre perché sono eclissate dalla luce del sole. Dice una leggenda che le stelle del giorno, di una bellezza ancora più radiosa di quelle della notte, possono essere scorte nei pozzi profondi e tranquilli.
Alte nel cielo ed inaccessibili al nostro sguardo, queste stelle si riflettono solo nelle profondità della terra, sul nero specchio d’acqua che illuminano con i loro raggi. E se non le vediamo quando guardiamo dall’alto del parapetto, ciò significa che l’acqua non è sufficientemente nera oppure che la sua superficie non è abbastanza quieta, o ancora che il pozzo non è profondo a sufficienza. Può darsi persino che non sia necessario guardare dall’esterno in fondo al pozzo, bensì dal fondo stesso del pozzo…”
 
Il senso di questa parabola è chiaro. Il nostro cuore, un giorno mutilato dal dolore, la nostra vita sprofondata in certi momenti nel buio e nelle tenebre, possono essere e sono nella realtà attuale, in cui ci troviamo, come quei pozzi nei quali si riflette ed abita la stella del giorno, la più bella fra tutte, chiamata speranza.
Questa stella è invisibile agli sguardi comuni, è sprovvista di un’esistenza apparente, ma può diventare visibile nel cuore della nostra vita. È nella profondità dello smarrimento, dell’insuccesso, dell’angoscia che brilla la stella di Teresa, è in questa nullificazione che emerge la sua santità.
La purificazione della Speranza
Ella, chiamata a raggiungere e a condividerla beatitudine di Dio, ben presto vede la Croce ergersi sulla sua strada, poi scopre che essa non è soltanto un ostacolo: è anche una rivelazione della beatitudine, di un modo diverso di rendersi presente da parte di Dio.
 
Teresa è invitata a dimorare in questa croce, in questa passione, attraversarla, spesso da sola, ma con gioia e perseveranza.
Comprende che il suo malessere fisico e spirituale diventa un richiamo: ha percepito che in quella notte Dio si va rivelando nel nascondimento. Oltre quel muro che si erge nel suo animo, oltre le fitte nebbie che oscurano i paesaggi teresiani, Dio c’è, si fa presente nascondendosi.
 
La Rivelazione in Teresa mantiene il suo carattere misterioso.
Ma questo Teresa lo comprende e diventa la sua unica forza: sperare contro ogni speranza.
 Continua a sperare anche quando non è ragionevole, anche quando si deve lottare contro una malattia terminale, o si deve resistere alla tentazione persistente del demonio. Questa è Teresa!
 
Tra malattia e crisi spirituale
 
La data del 4 aprile 1896 segna nel cammino di Teresa una svolta decisiva, un tornante dove tutta la sua esperienza esistenziale sembra confluire, un punto di partenza per una riflessione teologica purificata dalla sofferenza e dall’aridità spirituale.
Teresa ha poco più di 23 anni e da otto si trova nel Carmelo a Lisieux con tre sorelle e una cugina.
È giovane, tuttavia la vita l’ha aiutata a crescere in fretta. Conosce bene, infatti quali sono i contenuti della parola sofferenza, distacco, malattia…amore: ha perso entrambi i genitori, due fratelli e due sorelle. La sua vita è un alternarsi di sofferenze non indifferenti, ma, contemporaneamente, è segnata da ampi spazi di consolazione, di gioia e allegria vissuti soprattutto nell’ambito famigliare.
 
Teresa, donna riflessiva, semplice e dotata di un’intelligenza acuta, è convinta che tutto viene da Dio, è quel Cielo che fin da piccola contemplava e adorava.
“Godevo allora di una fede così viva, così chiara, che il pensiero del Cielo era tutta la mia felicità”.
Tuttavia, nell’aprile 1896 “Gesù ha voluto cambiare il odo di far crescere il suo fiorellino”: la sua teologia doveva essere purificata nella sofferenza della malattia (Teresa muore di tubercolosi) e nella sofferenza spirituale (la notte del nulla).  
 
Inizia per lei un periodo di prova lungo diciotto mesi. Morirà il 30 settembre 1897 pronunciando, con l’ultimo rantolo di voce, queste parole: “Mio Dio…io vi amo!”
 
Le sofferenze corporali
 
Per una persona in buona salute le sofferenze del corpo e dello spirito, quando raggiungono una certa intensità, costituiscono un momento capitale nello sviluppo della vita. L’equilibrio della persona ed il suo orientamento futuro dipendono dal modo in cui questa tappa sarà superata.
Una mobilitazione di tutte le forze spirituali, un grande coraggio, sono necessari per superare felicemente questo passaggio. Ma l’energia spiegata ed il dominio di sé non possono evitare una maggior vulnerabilità alle mille piccole noie della vita quotidiana.  
 
(Tratto da Teresa di Gesù Bambino: la purificazione della speranza di Don Graziano Gianola)
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marzo - aprile
Che dire allora quando a queste sofferenze morali o spirituali si aggiungono delle intense sofferenze fisiche? Tale è stato il caso di Teresa di Lisieux. In ogni uomo, l’accumularsi delle sofferenze porta la sua capacità di resistenza ad un punto di rottura, in cui egli si sente pronto alla rinunzia: rassegnazione, disperazione o rivolta. Queste sono state le condizioni concrete in cui Teresa si è trovata posta.  Senza saperlo, né lei, né coloro che le stavano intorno, Teresa era già gravemente ammalata colpita dalla tubercolosi quando la notte dal 3 al 4 aprile 1896 la malattia si manifesta con una prima emottisi.
 
“La sera del Giovedì Santo del 3 aprile, Teresa rimane a vegliare in coro fino a mezzanotte. Ma appena coricata, sente un fiotto che le sale dalle labbra. Si asciuga e ripone il fazzoletto. La lampada è già spenta e lei non verifica che cosa sia ciò che ha vomitato: se è sangue, forse morirà questo stesso Venerdì Santo. Nessuna paura, anzi, ne è felice, perché da sempre ha voluto rassomigliare a Gesù. S’addormenta. Alle 5.45 le traccole la risvegliano. L’imposta socchiusa le permette di rendersi conto che il suo fazzoletto è inzuppato di sangue. Lo sposo s’annuncia, egli non è lontano…La notte successiva Teresa constata la stessa emottisi della notte precedente e questa volta non è più sostenibile alcun dubbio: sta dunque per essere esaudita…La sua fede è viva, chiara non pensa che alla gioia del Paradiso”.
 
Tuttavia, non conosce ancora la durata di questo periodo e soprattutto a quali sofferenze fisiche e spirituali dovrà far fronte.
 
La malattia mina lentamente il suo corpo con sofferenze progressive che ella tenta di nascondere fin quando può. Teresa si confida solamente con Madre Maria di Gongaza, pregandola insistentemente di mantenere il segreto e di non imporle alcun sconto sulla vita comunitaria e sui lavori che le spettano. Solamente quando ci si rende conto che la situazione non è più sostenibile, ella permette d’essere sottoposta alle cure del medico pur consapevole che le medicine del tempo non sono in grado di alleviarle il dolore e permettere quindi di guarire totalmente.
 
Teresa su questo non si fa illusioni.  Le sue sorelle la vedono circolare per casa e sostenere il suo ruolo in comunità e nemmeno sospettano che la sua salute continui a peggiorare. In questa apparenza ingannevole nessuno la crede malata come in realtà ella è. Passa un anno dai primi avvertimenti della malattia e, a partire dal 19 aprile 1897, lunedì di Pasqua, si fanno più frequenti i vomiti, i dolori al petto e gli sbocchi di sangue che non le lasciano tregua.
 
La situazione si aggrava improvvisamente. Teresa è in uno stato di grande spossamento e prova talvolta delle angosce come se dovesse morire: inizia per lei un periodo d’intense sofferenze dovute alla malattia, ma anche alla cura della medicina del tempo. Sono per lei gli ultimi mesi di vita.
 
Con maggio Teresa è sollevata da ogni incarico comunitario e trascorre i suoi giorni combattendo contro la malattia, ma, allo stesso tempo, con la speranza di vedere presto “l’Amato”!
 
“Il venerdì 30 luglio, contrariamente ai giorni precedenti, l’emottisi non cessa; riceve l’estrema unzione. Teresa si sente soffocare, probabilmente non passerà la notte, afferma il dottore. Ancora una volta Teresa se la cava.
 
Il giorno dopo va “meglio”. E poiché intorno al suo letto si discute sui giorni che le restano da vivere, l’ammalata interviene: “E’ ancora il malato che lo sa meglio di tutti. Io sento che ce n’è ancora per molto”. Effettivamente, contro ogni aspettativa, dal 6 al 15 agosto le sue condizioni restano stazionarie”.
 
Il 19 agosto Teresa fa per l’ultima volta la santa comunione. Successivamente è visitata dal dottor Francis La Nèele e la diagnosi è gravissima: la tubercolosi è arrivata al suo ultimo stadio. Teresa è molto dimagrita… la malattia ha invaso tutto il suo organismo, compreso gli intestini…hanno termini le grandi sofferenze; restano la febbre, la sete che non l’abbona mai e soprattutto l’oppressione.
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maggio - giugno
Ci sono però delle foschie.
 
Per esempio, scriveva a riguardo del 1891: “Avevo allora delle grandi prove interiori di ogni sorta fino a chiedermi talvolta se esistesse un cielo”; ma fino la Pasqua del 1896 tali interrogativi sono fuggitivi e non impediscono la luce. Mentre a incominciare dalla Pasqua del 1896 è in uno stato di interrogativi continui. D'improvviso, la gioia di Teresa scompare in un modo brutale. Su di lei si abbatte una sofferenza imprevista. In quel periodo Pasquale, tempo di luce, entra nella più fitta notte interiore. Teresa, che pensava con gioia da andare molto presto in cielo, perché il cielo è Gesù stesso, si ritrova invece in una condizione di instabilità.   
 
Avanza nella notte come in un tunnel. Cozza contro muro che si eleva fino al cielo. Prima si rallegrava di morire d'amore; ora pungentissime voci interiori le sussurrano che i suoi grandi desideri, la piccola via, l'offerta all'amore, tutta la sua vita spirituale, non sono state che illusioni. “Mi sembra che le tenebre prendano la voce dei peccatori, e mi dicano prendendomi in giro: tu sogni la luce, una patria fragrante dei più soavi profumi; tu sogni il possesso eterno del Creatore di tutte queste meraviglie, credi di uscire un giorno dalle nebbie che ti circondano. Vai avanti, vai avanti, rallegrati della morte che ti darà non ciò che speri, ma una notte ancora più profonda, la notte del nulla.
 
Basta leggere le poesie scritte da Teresa in questo periodo e la Storia di un’anima, per capire la gravità, le vertigini di quello che la giovane vive in tutti questi mesi. Teresa è cieca, non ha più via d'uscita, non sa a chi ricorrere; è veramente nella nebbia.
 
Non dà a vedere questi stati d'animo, tuttavia lancia molti segnali fondati, precisi, di una tragicità a volte terribile. Alcune confessioni, scelte tra molte, bastano per permetterci di immaginare la grandezza della prova di quest'anima totalmente innamorata di Dio: “Se non avessi questa prova dell'anima, queste tentazioni contro la fede, impossibile da capire. La mia anima si sente proprio esiliata, il cielo è chiuso per me se sapeste quali spaventosi pensieri mi assalgono! È il ragionamento dei peggiori materialisti che si impone nella mia mente. Nessuno può capire le tenebre nelle quali io vivo, la mia anima è immersa nella notte più scura, ma io sono nella pace.
 
Il confessore della comunità accresce di più, le sue sofferenze dicendole che il suo stato spirituale è molto pericoloso. Ma l’eroica Teresa resta nella pace. Non perde la sua serenità. Incessantemente rinnova la sua professione di fede. E il martirio del cuore, dell'amore, a lungo desiderato. “Tutto è scomparso per me, non resta più che l'amore”, dice durante queste prove.
 
È inutile soffermarsi sulla condizione reale di Teresa come lei osa descriverlo, con una lealtà che non può stupire e senza esibizionismo; bisogna insistere sullo spessore delle tenebre che la circondano: non si accontenta di chiacchiere.
 
Ma è necessario mostrare subito che quello stato non è uno stato di incredulità. Non conosce più la gioia che accompagna solitamente l'esperienza di fede, non vive più il dinamismo di una certezza sentita che si accompagna solitamente alla fede, ma questa non cessa di esistere. E un grave non – senso -… sostenere che Teresa sia presa nell’ intimo di un ateismo radicale o dire che Teresa è semplicemente tentata di perdere la fede.
 
Questo falsa profondamente l'ultimo periodo della vita di Teresa.
 
La cosa più evidente è che la prova della fede è fatta soprattutto di tentazioni a riguardo del cielo.
 
A volte circa la sua esistenza, a volte circa la sua consistenza, a volte circa la sua continuità con la vicenda terrena. Teresa ha ben compreso la posta in gioco: la parola Cielo è sempre stata per lei la formula sintetica di ogni bene: “Il pensiero del cielo faceva tutta la mia felicità”.
 
Ora Dio ha deciso di toglierle tutto ciò che Teresa prova di soddisfazione naturali nel desiderio del Cielo: via dunque le dolci immaginazioni, i sogni dell'infanzia, le attese della Patria… e in questa sofferta esperienza Teresa si sente pronta a” versare fino all'ultima goccia il mio sangue per testimoniare che il cielo esiste.
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 luglio - agosto

La sera del 29 settembre le tre sorelle Martin le sono vicinissime per tutto il tempo dell’agonia. Il giorno seguente” …verso le 17 la campana suona per convocare in fretta la comunità nell’infermeria. Teresa accoglie le sorelle con un sorriso. Tiene stretto il crocifisso tra le mani. Un rantolo terribile lacera il suo petto. Ha il volto congestionato, le mani violacee, i piedi gelati, un sudore talmente abbondante da penetrare nel materasso…ma il tempo passa e la priora rimanda le sorelle.

Dopo le 19, Teresa riesce ad articolare le parole: “Madre mia, non è questa ancora l’agonia? Non muoio ancora?”Sì, mia povera piccola, è l’agonia, ma il Signore forse vuole prolungarla di qualche ora”. Teresa risponde:” Ebbene…andiamo! …Andiamo! non vorrei soffrire meno a lungo”. Poi guarda il suo crocifisso:” Oh, io l’amo! Mio Dio…io vi amo”!

Dopo d’aver pronunciato queste parole, cade dolcemente indietro, la testa reclinata a destra. La Madre priora richiama in fretta la comunità, e tutte sono testimoni della sua estasi. Il volto ha ripreso il colore del giglio che aveva in piena salute, gli occhi sono fissi verso l’alto, splendidi di pace e di gioia. Suor Maria s’avvicina con una fiaccola per vedere più da vicino quello sguardo sublime. Alla luce della fiaccola nessun movimento appare nelle palpebre. Questa estasi dura circa lo spazio di un Credo.
 
Poi Teresa chiude gli occhi e spira. Finalmente, dopo 17 mesi di malattia denunciata e 37 ore di agonia, Teresa muore soffocata il 30 settembre 1897, poco dopo le 19, esattamente alle 19,20.
 
Le sofferenze spirituali
 
E’ molto difficile, se non impossibile, pretendere di capire perfettamente la natura e le diverse forme della prova in un’anima. Quando la tentazione del dubbio sorge in un’anima, la fede è intaccata alla radice, di conseguenza si rimette in discussione l’intera esistenza. Tali tentazioni, poiché seguono l’andamento della vita, sembrano svilupparsi senza ordine logico. Di qui l’impressione d’incoerenza e la difficoltà per coloro che ne soffrono, di comprendere ciò che provano. Così è stato anche per Teresa.
 
Vi sono tre momenti fondamentali nell’itinerario spirituale di Teresa di Lisieux: il Natale del 1886 o l’ingresso nell’età adulta; il 9 Giugno 1895, festa della Trinità o l’intera donazione di sé al Dio della Tenerezza. Il terzo è senza dubbio il più importante: la notte di Pasqua del 1896.

È un avvenimento che trova il suo inizio in un momento preciso collocato nei giorni della Settimana Santa; l’avvenimento è durato 18 mesi, senza interruzione. Il primo avvenimento è l’Incarnazione; il secondo la Trinità; il terzo la Pasqua. Ma paradossalmente: l’incontro di Gesù a Natale del 1886 la rende, umanamente e spiritualmente, adulta e tanto più figlia del Padre, liberamente; l’incontro con Gesù nella festa della Trinità, la fa entrare nel fuoco dell’amore trinitario. Il terzo avvenimento, Gesù risuscitato, è vissuto, estremo paradosso, nella notte. Gli ultimi 18 mesi della vita di Teresa di Lisieux sono letteralmente una notte di Pasqua.
 
“…La maggior parte dei biografi e dei teologi hanno passato sotto silenzio, o mascherato, questo avvenimento. Perché? Perché tale avvenimento appare, a prima vista, scandaloso: come può accadere, infatti, che l’ultimo periodo dell’esistenza di una della più grandi mistiche sia un periodo di notte, di crisi, di difficoltà immense? Non avrebbe meritato, quella giovane di 24 anni che stava per morire, quella giovane così pura, di avere una fine tranquilla e felice? Spesso si è soffocato e minimizzato quell’avvenimento di capitale importanza!”

Dunque, fino alla Pasqua del 1896, Teresa vive non in un sentimento di fede, ma nella luce della fede. Tutto il manoscritto A risplende di questa felicità di vivere nella fede. Teresa tutto questo lo chiama “godere del bel cielo in terra” o anche “la gioia della fede”.
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settembre - ottobre

La sua passione spirituale consiste proprio in questo: da un lato ella deve bruciare d’amore e dall’altro restare avvolta nelle tenebre.
 
Lʹ esperienze di Teresa di Lisieux non è da paragonare alla “notte della fede” di Giovanni della Croce. Niente a che vedere con l’epoca in cui è vissuto San Giovanni della Croce epoca in cui tutti o quasi tutti credevano in Dio. Con Teresa, pertanto, non ci si trova di fronte a una notte della fede in cui l’essere umano, in un solo faccia a faccia con Dio, perde terreno e scopre di essere un nulla, ma di fronte ad uno stato in cui è l’incredulità dei contemporanei di Teresa che, improvvisamente, interroga la giovane carmelitana nel profondo del suo cuore. È un interrogativo non una distruzione della fede.
 
Lo stato mistico di Teresa consiste quindi nel trovarsi in una situazione assolutamente contraddittoria a prima vista; non cessa di partecipare alla luce della fede e partecipa contemporaneamente alle tenebre in cui vivono i non credenti; si trova in una sofferenza mai provata e in una gioia più grande che mai:
 
“Nonostante questa prova che mi toglie ogni godimento posso esclamare: “Signore mi colmate di gioia con tutto quello che fate”
 
La Santa non fa l’esperienza di uscire dalla fede per comprendere di non avere fede, ma il suo atteggiamento, e questo lo si scopre leggendo pagina dopo pagina i suoi scritti, è quello di abbandonarsi alla fiducia in Dio. Solo così sarà in grado di coltivare con amore una speranza pur all’interno di un contesto dove l’esperienza personale porterebbe a scegliere l’abbandono della fede, porterebbe alla disperazione, all’azzeramento di ogni speranza.
 
Lʹatto di Teresa, quindi, non è quello di lasciarsi vincere dalla tentazione del nulla, ma invece, quello di sperare contro ogni speranza. Teresa non dubita dellesistenza di Dio ma si interroga sul nulla. La prova che ella subisce è proprio questa: ha l’impressione di non avere più desideri; e la speranza che viene mortificata.
 
Ma Teresa, con la fiducia e il suo silenzio, testimonia al suo Gesù che la passione che sta vivendo serve a qualcosa e che lei stessa accetta di compiere nel proprio cuore e nel proprio corpo ciò che manca alla passione di Cristo…
 
Nella notte del 4 aprile 1896 si accorge di essere malata:
 
“Dopo essere rimasta al sepolcro fino a mezzanotte, tornai in cella; ma avevo appena avuto il tempo per posare la testa sul cuscino che senti come un fiotto che saliva, gorgogliando fino alle labbra. Non sapevo che cosa fosse, ma che sapevo che forse stavo per morire e la mia anima era inondata di gioia.”

Il colpo è tale che alcuni giorni dopo la giovane sprofonda nel buio: un’assenza assoluta delle diverse realtà della fede, una mancanza di qualsiasi consolazione.
 
“Ma, ad un tratto, le nebbie che mi circondano diventano più fitte, mi penetrano nell’anima e l’avvolgono in modo tale che non mi è più possibile ritrovare in essa l’immagine così dolce della mia Patria: tutto è scomparso”.
 
Teresa si trova improvvisamente ad affrontare questa duplice lotta poiché ha subìto contemporaneamente un duplice confronto con la morte: la morte fisica che distrugge inesorabilmente il suo corpo di ragazza ventiquattrenne e la morte spirituale che minaccia la vita della sua anima. È evidente che per comprendere in modo completo l’intensità e l’importanza della prova della fede, bisogna collocarla nel contesto della malattia che la sta minacciando.
 
Qui si intuisce che tale prova diventa insostenibile se accompagnata dalla malattia fisica. Teresa stessa si rende conto di essere debole fisicamente e spiritualmente. Giorno dopo giorno prende coscienza che il suo corpo si va consumando: il respiro diventa sempre più corto, si sente soffocare, invoca la Madonna, chiede che i medicinali posti sul comodino a fianco vengano allontanati e nascosti perché potrebbe farne uso in un momento di estrema debolezza e, spiritualmente non è in condizioni migliori.
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novembre - dicembre

“A volte, è vero, un piccolissimo raggio di sole illumina le mie tenebre: allora la prova cessa per un momento; ma poi il ricordo di quel raggio, invece di causarmi gioia, rende le mie tenebre ancora più fitte”.

In tutto questo navigare senza rotta, tuttavia, ella mantiene salda una convinzione che si rivela essere l'anima, la forza che le permette di affrontare questo momento con fatica, ma anche a testa alta: Dio è con lei! Questa certezza porterà la Santa non alla disperazione, ma all'affidamento a Dio; pur essendo in quella condizione, ella chiede di aumentare la sua fede, ringrazia per il dono della fede, chiede che nella malattia non arrivi mai a offendere Dio…  

Possiamo immaginare quale sia lo stato di sofferenza di Teresa negli ultimi mesi, e quanto influsso svolga la malattia su di lei, tuttavia possiamo affermare che la prova subita da Teresa va al di là nella malattia stessa, richiama una dimensione nuova.

Teresa nei suoi manoscritti rende esplicita l'intenzione divina su di lei: in quest'ultima fase della sua vita e chiamata a lodare Dio nel buio della notte, nella notte del nulla.
Sembra leggere nella prova un'occasione per avvicinarsi a quel Dio che va nascondendosi sempre più ai suoi occhi.

Tutto questo lo dobbiamo declinare nella fatica di una donna che quotidianamente deve far fronte alla tubercolosi e ai dubbi che la tormentano. Qui sta la grandezza di questa Santa!

Teresa non è ingenua, sa bene cosa significa soffrire. Tutto nella sua vita era predisposto perché si ripiegasse su sé stessa. Sono diversi gli avvenimenti che avrebbero potuto condurla lo sconforto al tedio, alla rivolta e alla disperazione… Tutta la sua vita è stata segnata dalla sofferenza fisica e soprattutto morale! Ricordiamo che la famiglia Martin è colpita da diversi lutti familiari: due fratelli e due sorelle di Teresa muoiono in tenera età e, in questo periodo, muoiono anche quattro parenti stretti di famiglia tre dei quali sono i suoi nonni.

Teresa perde la mamma a soli quattro anni; si pensi poi al dolore che ha dovuto subire a seguito del distacco di Paolina quando è entrata in Carmelo seguita, a pochi mesi di distanza da Maria la sorella maggiore. Teresa è talmente sensibile che non resiste alla prova. Se ne ammala, profondamente, all'età di 10 anni. I medici sono imprecisi: “malattia molto grave da cui nessuna bambina è rimasta colpita”.

La malattia si aggrava tanto da pensare che Teresa stia per morire o forse potrebbe rimanere in quello stato per tutta la vita.

Guarirà al vedere il sorriso che le ha fatto la statua della Vergine posta in giardino: “dal momento che non trovava alcun soccorso sulla terra anche la povera piccola Teresa si era rivolta alla sua Madre del cielo; la pregò con tutto il cuore che avesse pietà di lei… “all'improvviso la Madonna mi parve così bella, così bella che non avevo mai visto nulla di così bello: il suo volto spirava una bontà e una tenerezza ineffabile, ma ciò che mi penetrò fino in fondo all'anima fu l'incantevole sorriso della Madonna. Allora tutte le mie sofferenze svanirono tre puntini pensai, la Madonna mi ha sorriso, come sono felice! Senza fatica abbassai gli occhi e vidi Maria (la sorella maggiore) che mi guardava con amore, sembrava commossa e pareva immaginare il favore che la Madonna mi aveva concesso”.

Ma altre prove toccheranno Teresa: la fatica degli inizi nel Carmelo …non era ben vista per il fatto che tra le ventidue carmelitane presenti, tre erano sue sorelle e una cugina; la malattia, il ricovero e poi la morte del padre Luigi Martin. “Ho sofferto molto da quando sono sulla terra: ma, se nella mia infanzia ho sofferto con tristezza, non è più così che soffro ora, bensì e nella gioia e nella pace. Sono veramente felice di soffrire!"

Qui Teresa sembra aver già intuito che, se la prova trova una sua origine in Dio, allora è possibile viverla serenamente. Teresa, dunque, conosce bene il volto della sofferenza. Infatti, in quest'ultima fase della sua vita ella non si abbandona alla disperazione, ma, forte della sua esperienza e convinta dell'esistenza di un Padre misericordioso, accetta questa situazione come una prova d'amore che le è stata mandata da Dio stesso.
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gennaio - febbraio 2022

“Madre, mai ho sperimentato così bene come il Signore è dolce e misericordioso! Mi ha mandato questa prova solo nel momento in cui ho avuto la forza di sopportarla; se l'avessi avuta prima, credo davvero che mi avrebbe gettato nello sconforto…” pur nelle tenebre nelle nebbie disorientati dell'animo, ella si abbandona totalmente a quei pallidi raggi che talvolta le permettono di cogliere la presenza del suo amato Signore. In ultima analisi possiamo dedurre che la malattia diventa certo un ostacolo per il cammino della fede, ma Teresa stessa, pur consumata dalla tubercolosi, si rende conto di come questa prova vada purificando la sua appartenenza a Dio, la sua speranza.

“Madre amata, lei la conosce questa prova, tuttavia, gliene parlerò ancora perché la considero come una grande grazia che ho ricevuto sotto il suo primo priorato benedetto”.
 
Nel manoscritto C, indirizzato a Madre Maria di Gonzaga e redatto tre mesi prima della morte, Teresa non cerca più di nascondere il suo stato interiore, anzi ne parla in modo abbondante.
 
Il linguaggio da lei usato è simbolico: fa largo uso di immagini e di paragoni per far comprendere ciò che sta avvenendo nel suo animo. Un esempio su tutti: “Immaginiamo che io sia nata in un paese circondato da una fitta nebbia: mai ho contemplato l'aspetto ridente della natura”.
 
Le tentazioni contro la fede, così come lei stessa le chiama, nascondono la piccola fiamma che richiama la presenza del cielo e ne offuscano la luce con lo spesso muro di dubbi. “Ma ad un tratto le nebbie che mi circondano diventano più spesse, penetro nell'anima e la avvolgono, spiega Teresa. “La fede c'è sempre, ma la sua invisibile luce non è più percepita dall'anima che non ha più il godimento”. Essa ha l'impressione d'essere entrata in una notte più profonda, un'altra notte. Il suo timore consiste nel fatto che questa notte della fede si trasformi in una notte totale.
 
E’ toccante vedere quanto la Santa ha insistito sulla profondità di questa nuova oscurità. Ella parla di fitte nebbie, di tetro tunnel.
 
Nelle annotazioni raccolte dalle sorelle durante la sua malattia, ritroviamo lo stesso tratto caratteristico. Il cielo è talmente nero che non vede alcuna schiarita. Ella parla di un buco nero dove non si distingue più niente… Sì quali tenebre! I poemi che compose nell'aprile del 1896 parlano esplicitamente di queste tenebre.  
 
La continuità di questa notte è attestata da questa dichiarazione: “Questa prova non doveva durare qualche giorno, qualche settimana, essa doveva estinguersi nell'ora fissata dal buon Dio e …quest'ora non è ancora avvenuta”.  Siamo nel giugno del 1897 le confidenze che contornano gli “Ultimi colloqui “ci mostrano che ella subirà tale prova fino al suo ultimo sospiro. Tuttavia, Teresa osserva “A volte, è vero, un piccolissimo raggio di sole illumina le mie tenebre: allora la prova cessa un momento”, per raddoppiare l'istante successivo.
 
Teresa vuole innanzitutto evocare le nebbie nelle quali vive dalla Pasqua del 1896 descrive per quanto le parole gliene possono consentire, la sua prova interiore. Quel giorno i maligni serpenti non sibilano più alle sue orecchie ma ciò che ne dice, le pare tanto imperfetto quanto un abbozzo paragonato al modello.
 
Sono 13 mesi che moltiplica gli atti di fede per resistere alle voci interne che le suggeriscono che sta camminando verso il nulla.
 
Cosa è avvenuto precisamente in lei? Teresa lo spiega con diverse immagini già nel suo manoscritto B, parla di un oscuro temporale che viene ad offuscare la radiosa festa di Pasqua; vede fino a che punto le nubi coprono il suo cielo.
 
Nel racconto del manoscritto C, ritornano le stesse immagini: la sua anima è invasa dalle tenebre più fitte, parla di un tunnel oscuro, parla del desiderio di far riposare il suo cuore stanco delle tenebre, delle foschie che lo circondano. E per chi diventa cieco, rappresentarsi l'antica luce diventa una sofferenza: il pensiero del Cielo così dolce per lei, non è più che fonte di lotta e di tormento.
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marzo - aprile 2022

Questo è molto pericoloso nella mente di Teresa; c’è ormai come un’opposizione fra i due registri, il cielo e la terra, l’uno sembra escludere l’altro. Quando per esempio cerca, per riposarsi da tutte le sue lotte e dalle tenebre che la circondano, di dirsi che ci sarà un’altra terra che le servirà un bel giorno da dimora stabile, le sofferenze e le notti aumentano, quando vuole riposare il suo cuore stanco dalle tenebre che lo circondano, il tormento raddoppia.
 
Nel giugno del 1897 scrive il passo in cui le tenebre assumono quasi una forma umana e le parlano con sorprendente chiarezza:
 
“Credi di uscire un giorno dalle nebbie che ti circondano… va avanti, va avanti, rallegrati della morte che ti darà, non per quello che speri, ma una notte ancora più profonda, la notte del nulla.”
 
Poi Teresa prosegue dicendo: “Non voglio scrivere di più, avrei paura di bestemmiare… ho paura di aver già detto troppo.”
 
Tutto il dinamismo teresiano della vita concepita come un cammino e persino come una corsa verso Dio è ripreso qui con cinismo, in un invito alla gioia, alla gioia cattiva di un cuore orgoglioso che non vuole sperare niente e soddisfarsi del nulla…
 
Teresa non usa mai il termine dubbio parlando della sua prova di fede, il termine e quasi estraneo al suo vocabolario, lo usa solo due volte parlando della sua malattia di adolescente ed evocando una confusione sulla vocazione in occasione di una crisi precedenti la sua professione religiosa. Precisiamo. Teresa non parla di dubbio, ma, con una precisione notevole, parla di notte, di tenebre, di nulla, e anche di nebbia.
 
Con minor frequenza ricorrono i termini lotta, pane di dolore, pane della prova, lotta contro i nemici, sofferenza e aridità.
 
Si nota con chiarezza che Teresa non ha mai parlato della notte della fede: solo gli ultimi colloqui le fanno usare questo termine, secondo l’interpretazione di Madre Agnese.
 
Lei parla della notte del nulla, come abbiamo visto; e, all’inizio del manoscritto B, parla della notte di questa vita…Teresa usa spesso in modo esatto il termine godere a proposito di ciò che attende e ciò che già possiede con la speranza.
 
Per questo…siamo attenti a non limitare la prova di Teresa parlando di prova della fede. Teresa non dubita dell’esistenza di Dio. Entra con tutta la volontà di credere nella purificazione della speranza continuando a perseverare nella notte. “Quando canto la felicità del cielo, l’eterno possesso di Dio, non ne avverto alcuna gioia, perché canto semplicemente ciò che voglio credere”. Ella accetta l’interrogazione supplice unendosi al Cristo del Getsemani e mette pienamente in pratica la sua via nella confidenza totale offerta ai piccoli.
 
Allora chiede perdono per i suoi fratelli e “accetta di mangiare quanto vorrete il pane del dolore e non vuole affatto alzarsi da questa tavola colma di amarezza dove mangiano i poveri peccatori”.
 
Percepisce con chiarezza che tale prova deve purificare il suo desiderio troppo naturale del cielo ma soprattutto percepisce si trova allo stesso piano e alla pari degli increduli.
 
Accetta di sedere senza alcuna condiscendenza alla tavola dei peccatori come ha fatto Gesù. “ Signore, abbi pietà di noi che siamo peccatori! Che tutti coloro che non sono illuminati dalla luminosa fiaccola della Fedela vedano finalmente brillare…Signore Gesù se è necessario che la tavola insozzata da loro sia purificata da un’anima che ti ama, accetto di mangiarvi da sola il pane della prova fino a quando ti piaccia e di introdurmi nel tuo Regno luminoso…. La sola grazia che ti domando è di non offenderti mai.” “C’è evidentemente un prodigio di solidarietà nei riguardi di atei e peccatori.
 
Teresa prega per loro e con loro; per loro e con loro essa si sente peccatrice e bisognosa di perdono, ma non occorre che ella condivida quel peccato con cui essi hanno perduto la fede, e nemmeno che ceda al dubbio. Infatti alla tavola sporcata dai peccatori atei e fratelli perduti, Teresa mangia da sola il pane della prova.
 
Rileggendo con attenzione e serietà i diversi manoscritti, si conosce non una Teresa che subisce passivamente la prova, ma si scopre una ragazza accesa d'amore per il suo Gesù, coinvolta in una profonda prova che tuttavia non riesce a intaccare la sua purezza e il suo amore.
 
“Mai, nemmeno per un istante Teresa si sente di condividere la situazione atea e peccatrice dei suoi fratelli nel senso in cui lo immaginano e lo descrivono certi moderni esegeti, che si credono in dovere di scoprire in tali esperienze chissà quale nascosta grandezza.
 
Sempre ella sta in posizione di espiatrice, corredentrice, vicina a Cristo, con assoluta gratuità: “…più la sofferenza è intima, meno appare gli occhi delle creature, più ti rallegra o mio Dio; ma se per assurdo tu stesso dovessi ignorare la mia sofferenza, sarei felice lo stesso di averla, se per suo mezzo potessi impedire o riparare una sola colpa commessa contro la fede”. Possiamo quindi affermare che la prova patita da Teresa assume diverse sfaccettature.
 
Tenendo in considerazione i termini stessi che Teresa adopera soprattutto nel manoscritto C, si nota come la notte nella speranza sia trattata dalla Santa nei termini della prova, della notte, della sofferenza, dell'aridità e della tentazione contro la fede… non è un periodo roseo quello vissuto da Teresa e la stessa rimarca più volte come la tentazione sembra avere il sopravvento nel suo animo spaesato.
 
Ogni consolazione è totalmente assente e la prova che ella vive segna inevitabili inevitabilmente la sua fede, il suo corpo e chi le sta vicino.
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maggio - giugno 2022

Per meglio comprendere la situazione di Teresa non possiamo non tenere in considerazione il suo orizzonte teologico: solitudine, scoraggiamento, angoscia non sembrano prevalere sulla convinzione che Dio non mancherà di darle la fede e la forza in ogni momento per affrontare questa prova.

E Teresa gioisce per questo… la prova patita da Teresa riguarda propriamente la speranza.
 
Tale speranza è il dato ultimo da considerare per rileggere l'intera esperienza di prova della fede, una fede privata di qualsiasi consolazione, nuda, spogliata di tutto, ma capace di confidare in Dio anche quando sembra contraddittorio continuare a credere in Lui.
 
Un'ultima constatazione.
 
“Se questa prova è nella sostanza, continua, ha conosciuto gradi di intensità variabile. Sembra che essa si sia accentuata progressivamente, fino a raggiungere, talvolta, un maximum di violenza.
 
“Io ammiro il cielo materiale; l’altro cielo è per me sempre chiuso…si concepisce che i sentimenti provati da Teresa siano da prima di meraviglia, di sorpresa. Essa non se l'aspettava, ciò è sopraggiunto improvvisamente.
 
Sentimenti di stranezza, di incomprensibilità per lei e per gli altri, e quindi di solitudine: “…il buon Dio soltanto può capirmi…” sentimenti di scoraggiamento: “Come sento che mi scoraggerei se non avessi la fede!”  di angoscia: seduta a una mensa piena di amarezza, lei mangia il pane del dolore e soffre un tormento indicibile”.

Dio, tuttavia, non è assente e Teresa si abbandona alla sua volontà.
 
“Ora Teresa non sceglie più; neppure il dolore. Dio sceglie, mentre lei accetta soltanto, sceglie solo la scelta di Dio: “Non desidero né la morte nella vita; se il Signore mi lasciasse la scelta, non sceglierei niente, voglio solo ciò che Egli vuole; amo solo ciò che Egli fa”.

Nei suoi ultimi mesi Teresa ripete senza sosta questa massima:
 
“L'unica cosa che mi soddisfa e compiere la volontà del buon Dio.”
 
Come Teresa affronta la prova spirituale.
 
Entrando sempre più in contatto con la persona di Santa Teresa ci si accorge della qualità e dello spessore che assume tale figura spirituale e si comprende lentamente in cosa consiste la sua santità.
 
Ciò che affascina nella Santa non è da ricercare in una sofferenza eccezionale o in una lezione di spiritualità; Teresa invece sa incantare per il fatto che appartiene alla vicenda di tutti i giorni, che è semplice, realista, cruda.
 
È alla portata di tutti. La sua santità, il suo carattere e la sua determinazione emergono fin dalla sua infanzia, ma soprattutto negli ultimi mesi in cui viene messa alla prova con la malattia e la sofferenza spirituale.
 
Ci chiediamo: come Teresa affronta la malattia e i dubbi che le nascono nel cuore? Quale il percorso che porta la Santa a vivere e sopravvivere in questo paesaggio attorniato solamente dalla nebbia?
 
In seguito, ci soffermeremo sulle caratteristiche di Teresa, due in particolare: la gioia e il silenzio.
continua...


luglio - ottobre 2022

La tattica di fuga.
Se da un lato Teresa si pone di fronte alla malattia erigendo una barriera inaccessibile, dall'altro lato si accorge che l'atteggiamento intelligente davanti alla tentazione e la fuga: “Ad ogni occasione di lotta, quando i miei nemici vengono a sfidarmi, mi comporto da coraggiosa: sapendo che è viltà battersi in duello, volto le spalle ai miei avversari senza degnarli di uno sguardo; corro verso il mio Gesù.

Gli dico che sono pronta a versare fino all'ultima goccia il mio sangue per testimoniare che esiste un cielo”.  

Teresa continua a lottare, ma in maniera indiretta, schivando, fuggendo, rifiutando il duello diretto nella quale verrebbe certamente vinta.

In questi passaggi Teresa va compresa bene: rifiuta il duello per il fatto che accettando tale sfida, significherebbe prendere in considerazione ogni sorta di dubbio contro la fede che le salta per la testa, e nel suo animo. Battersi in duello vorrebbe dire partecipare al gioco del nemico, riconoscere il valore delle sue ragioni, e, in ultima analisi è offendere Dio, rifiutarli una fiducia totale. Battersi è una vigliaccheria, è tradire Dio e fuggire è il vero combattimento.

È per questo che Teresa decide, in modo risoluto, di fuggire ad ogni occasione il compromesso e la resa inevitabile che le viene proposta.

“Lei ritiene prudente non esporsi al combattimento quando la sconfitta è sicura. Come dire che si rifiuta di soffermarsi su quei pensieri che le sussurra la voce maledetta: “Mai ella ragionava in quei pensieri tenebrosi”.

Ella volge loro le spalle, senza degnarsi di guardarli in faccia, sapendo che non solo è inutile, ma anche molto pericoloso esaminarli da vicino, discuterne per calcolarne la validità: “State tranquilla non mi romperò il capo a tormentarmi “.  Possiamo pensare che ella si era già servita in precedenza di questa “tattica di fuga” astenendosi dal cogliere senza diffidenza gli impercettibili attacchi all'integrità della fede che si presenta sotto la forma indefinita e insidiosa dei “se” e dei “forse”.

Ciò non esclude che ella abbia desiderato appassionatamente una migliore cognizione della propria fede, lei che non ha mai cercato che la verità. Ma il suo istinto soprannaturale molto sicuro, le ha fatto evitare le insidie di una ricerca intellettuale soddisfatta di se stessa, attratta maggiormente dal suo cammino che dalla verità stessa. In Teresa non v'è alcuna temerità; ella non va incontro al nemico, è quest'ultimo che viene a provocarla. Non poteva venirle in mente di simulare le proprie difficoltà, di farne un gioco dello spirito, perché non poteva sopportare la finzione. “Io non fingo, è proprio vero che non ci vedo nulla”.

Teresa fa tesoro di ciò che le è stato insegnato; è in grado di discernere e cogliere la sostanza di queste tentazioni. Sa che la tentazione in sé non è peccato, che una difficoltà per trasformarsi in dubbio deve essere liberamente assunta in modo cosciente. E la teme addirittura di offendere Dio descrivendo la sua lotta interiore. “Non voglio andare avanti a scrivere, temerei di bestemmiare…ho paura persino di aver detto troppo...”. Questo combattimento nella notte e incessante: “Credo di aver fatto più atti di fede da un anno fino ad ora che non durante tutta la mia vita”.

Questa lotta è portata avanti in mezzo un gruppo di suore lontano mille miglia dal sospettare ciò che avviene nel cuore di Teresa e che sarebbero spaventate se conoscessero lo stato in cui si trova la giovane carmelitana. E’ questo un altro motivo del suo silenzio e della sua riservatezza.

Questo combattimento nella notte è la caratteristica della santità di Teresa, così nel bel mezzo della sua notte, scrivendo le poche righe del manoscritto B - uno dei più bei testi spirituali che esistono - paragona la santità che cerca di vivere, con quella dei santi dicendo che questi stessi santi hanno fatto follie, hanno compiuto grandi cose.

La vita di Teresa invece consiste nello sperare e questo è il suo slancio d'amore verso Gesù.
continua...


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