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San Francesco Saverio
“Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15)
È il mandato di Gesù a tutti gli Apostoli, e quindi anche alle “Apostole”!
E questo è il motivo di fondo che spinse P. Busnelli a caratterizzarci con tale appellativo. Consacrate sì, ma missionarie, quasi certamente anonime, in un ambiente e una realtà circoscritti, ma con il cuore aperto e lo sguardo lontano ad abbracciare il mondo, proprio secondo lo spirito Ignaziano.
E allora perché non volgere lo sguardo ad un santo che invochiamo spesse volte, ma che forse conosciamo troppo poco, come San Francesco Saverio, (il santo gesuita che ha vissuto il suo essere missionario fino alle estreme conseguenze) in questo anno in cui si sottolinea la nostra vocazione soprattutto come missione? Possiamo in tale modo sfruttare l’opportunità di aprire un dialogo con Lui: accettando inviti alla riflessione, alla preghiera, a ripensamenti e anche suggerimenti all’azione concreta, nei limiti e nella misura della nostra possibilità, se non altro realizzata con la testimonianza della nostra vita, non valutabile, ma non meno incisiva e sempre possibile. Saremo e vivremo così da autentiche “discepole missionarie, senza frontiera, al servizio delle diverse vocazioni” E Dio sarà con noi tutti i giorni “sino alla fine “(Mt28,20)
(a cura di Grazia Orzenini)
Il 3 dicembre è la festa liturgica di san Francesco Saverio. Un Santo che ha dell’incredibile. Partì da solo per le Indie, con una sola ricchezza: portare Cristo a chi ancora non lo conosceva. Un esempio di cristianesimo militante. San Francesco Saverio è considerato il più grande missionario dell’epoca moderna. Fu proclamato Patrono dell’Oriente, dell’Opera della Propagazione della Fede e, con Santa Teresina di Lisieux, delle Missioni.

Infatti, nella sua vita, tutta dedicata all’apostolato, giunse in India, Giappone e Cina, dove morì.
 
Francesco De Jassu venne alla luce in Spagna il 7 Aprile 1506 nel Castello di Xavier (dal quale poi Saverio) nella Navarra da una nobile famiglia di sani princìpi religiosi. Dopo la distruzione del Castello e la morte del padre, avvenuti durante la guerra fra Ferdinando di Castiglia e i reali di Navarra, che erano filo‐francesi, ebbe inizio un triste periodo per la famiglia dei Saverio.
 
Francesco, sia per sfuggire alla sconfitta e alla miseria, sia per prepararsi a restaurare la gloria della sua famiglia, si trasferì a Parigi per studiare all’Università. Lì prese parte alla vita mondana della città, conobbe umanisti e fu attratto dalle teorie eretiche del tempo, ma fu “salvato” da due figure che lo avrebbero positivamente influenzato.
 
Trovandosi a vivere in un pensionato universitario, ebbe modo di conoscere come compagni di stanza, prima, il beato Pietro Favre e poi Sant’Ignazio di Loyola.
 
L’agiografia vuole che sin da subito sant’Ignazio, notando l’interessante temperamento del ragazzo, tentò di distoglierlo dalla sua visione della vita troppo legata ai beni materiali ripetendogli spesso la frase: «Che giova all’uomo guadagnare anche tutto il mondo, se poi perde l’anima?» (Mc. 8,36). Francesco, all’inizio, mosso dall’antipatia verso Ignazio, rimase indifferente ai suoi richiami, ma infine dovette cedere.
 
L’antipatia si trasformò in profonda ammirazione e gratitudine e il 15 agosto del 1534 si consacrò a Cristo tra i primi sette componenti della Compagnia di Gesù.

I suoi due fratelli maggiori tentarono di dissuaderlo da una tale decisione riuscendo a procurargli il canonicato a Pamplona, ma era troppo tardi: Francesco era già in viaggio verso l’Italia con i suoi compagni, deciso a partire per la Terra Santa.
 
Giunti a Venezia, non riuscirono ad imbarcarsi per la Palestina, a causa delle guerre in corso tra Veneziani e Turchi, e così si recarono a Roma, dove ricevettero l’approvazione del papa Paolo III e furono ordinati sacerdoti.

Di lì a poco sarebbero iniziate le lunghe peregrinazioni del Santo. Francesco ogni tanto sognava di portare sulle spalle un indiano molto pesante e quando l’ambasciatore di Lisbona chiese alla Compagnia di Gesù di inviare due sacerdoti nelle Indie per l’evangelizzazione di quelle terre, accadde che Francesco, anche se non era stato scelto, dovette partire per l’ammalarsi di uno dei due sacerdoti che erano stati prescelti.
 
Il 7 aprile 1541 Francesco partì da Lisbona e dopo un lungo viaggio, durato tredici mesi, giunse (era il 6 maggio 1542) a Goa, la capitale dell’Oriente portoghese conquistata trent’anni prima.
 
Francesco come sua abitazione scelse l’ospedale cittadino dormendo in un letto posto accanto a quello del malato più grave.
 
Di giorno si muoveva per la città chiamando a sé i bambini e gli schiavi per educarli al cristianesimo, visitava i malati e i prigionieri guadagnandosi il nome di “padre buono”.
 
Si occupò anche dei Pàravi, i pescatori di perle, che, vessati dai musulmani, si erano rivolti ai Portoghesi ed erano diventati cristiani, senza però un’adeguata educazione in quanto non si conosceva bene la loro lingua.
 
Francesco, insieme a due compagni di quell’etnia che gli facevano da interpreti, partì verso i luoghi dei Pàravi e con grande fatica tradusse le più importanti preghiere e le verità della fede.
 
Per due anni girò nei villaggi battezzando, insegnando le preghiere e fondando chiese e scuole.
 
Dopo Goa, si mosse verso Malacca e nell’arcipelago delle Molucche. In questo periodo conobbe un giapponese che era scappato dalla sua patria per un delitto commesso.
 
Questi, di nome Hanjiro, volle convertirsi e provocò nel santo un forte interesse nei confronti del popolo giapponese.
 
Così, nel 1549 giunse in Giappone.
 
All’inizio vi fu una buona accoglienza, poi, a causa dei bonzi, venne introdotta la pena di morte per chi si battezzava.
 
Il Giappone avrebbe comunque lasciato un’ottima impressione a Francesco che se ne andò lasciando una comunità di già 1500 fedeli.
 
Ora gli si prospettava la Cina che in Giappone gli era stata presentata come una terra assai più colta e raffinata.
 
Per Francesco sarebbe stato l’ultimo viaggio, infatti giunto in Cina si ammalò di febbre e morì.
 
Il suo corpo fu trasportato a Goa dove ancora oggi si trova. Francesco, oltre ad aver percorso migliaia di chilometri per terra e per mare, si stima che abbia battezzato circa 30.000 persone.
 
Il suo apostolato si basava sull’alternare l’esposizione della dottrina alla preghiera, infatti si preoccupava molto della traduzione delle preghiere di base che trasmettevano le verità di fede, come il semplice segno della croce con il quale si trasmetteva l’idea della Trinità.
 
Fu un gigante dell’evangelizzazione.
Un faro per i nostri tempi di secolarizzazione, apostasia e di evidente tradimento da parte di tanti cristiani che hanno paura di testimoniare Cristo, Via, Verità e Vita.

San Francesco Saverio insegna che ogni sacrificio deve essere fatto per
 
Testimoniare la verità di Cristo, e che, senza questa Verità, la vita di ogni uomo rimane impietosamente povera.
“Ti ringrazio, Signore, per la tua provvidenza d’avermi dato
un compagno come questo Ignazio di Lojola, dapprima così poco simpatico”
continua...

Settembre - Ottbre
1.  Da Malacca vi scrissi molto a lungo circa tutto il nostro viaggio, da quando siamo partiti dall'India fino all'arrivo a Malacca e quello che abbiamo fatto durante il tempo che siamo stati laggiù. Ora vi faccio sapere in qual modo Dio nostro Signore, per la sua infinita misericordia, ci condusse in Giappone. Il giorno di San Giovanni dell'anno 1549, di pomeriggio, ci imbarcammo a Malacca per venire in questi luoghi, sulla nave di un mercante pagano cinese il quale si era offerto al capitano di Malacca per portarci in Giappone; partiti poi, avendoci concesso Dio molta grazia nel darci buonissimi il tempo e il vento, tuttavia poiché fra i pagani regna molto l'incostanza, il capitano cominciò a mutare parere nel non voler più andare in Giappone, fermandosi senza necessità nelle isole che trovavamo.
 
2.  Ma ciò per cui più soffrivamo nel nostro viaggio erano due cose: la prima, vedere che non approfittavano del buon tempo e vento che Dio nostro Signore ci dava e che, se finiva il monsone per andare in Giappone, eravamo costretti ad attendere un anno, svernando nella Cina, nell'attesa dell'altro monsone; e la seconda erano le continue e molte idolatrie e i sacrifici che, senza poterlo impedire, facevano il capitano e i pagani all'idolo che portavano sulla nave; tiravano molte volte a sorte e gli chiedevano se potevamo o no andare in Giappone e se ci sarebbero durati i venti necessari per la nostra navigazione: certe volte le sorti uscivano bene, a volte cattive, secondo quello che essi ci dicevano e credevano.

3.  A cento leghe da Malacca, sulla strada della Cina, approdammo in un'isola nella quale ci rifornimmo di timoni e di altro legname necessario per le grandi tempeste e i mari della Cina. Fatto questo, tirarono le sorti, facendo prima molti sacrifici e feste all'idolo, adorandolo molte volte e chiedendogli se avremmo avuto buon vento oppure no, e venne fuori la sorte che avremmo avuto buon tempo e che non aspettassimo oltre. Cosi salpammo e sciogliemmo la vela tutti quanti con molta allegria: i pagani confidando nell'idolo che portavano con grande venerazione sulla poppa della nave con candele accese, profumandolo con effluvi di legno di «aguila» (L'«aguila» era come incenso in legno odoroso, proveniente dalla Cochinchina) e noialtri confidando in Dio, creatore del ciclo e della terra, e in Gesù Cristo, suo Figlio, per il cui amore e servizio venivamo in questi luoghi onde accrescere la Sua santissima fede.
 
4.  Durante il nostro viaggio cominciarono i pagani a tirare le sorti e a fare domande all'idolo se la nave, con cui andavamo, sarebbe tornata dal Giappone a Malacca: usci il responso che sarebbe andata in Giappone, ma che non sarebbe ritornata a Malacca. E allora entrò in essi la sfiducia e non volevano andare in Giappone, ma piuttosto svernare nella Cina e aspettare un altro anno. Vedete lo sforzo che dovevamo sopportare in questa navigazione, dovendo sottostare al parere del demonio e dei suoi servi se dovevamo o no andare in Giappone, poiché coloro che guidavano e governavano la nave non facevano niente più di quello che il demonio diceva loro con i suoi responsi.
 
5.  Procedendo adagio il nostro viaggio prima di arrivare in Cina, essendo vicini ad una terra che si chiama Cochinchina, la quale è già vicino alla Cina, ci accaddero due disastri in un giorno, alla vigilia della Maddalena. Essendo il mare grosso e in grande tempesta, mentre eravamo ancorati, capitò, per una distrazione, che la stiva della nave rimanesse aperta mentre Manuel il cinese, nostro compagno,
passava vicino ad essa; e al grande rullio che diede la nave a causa del mare che era agitato, non potendosi egli tenere, cadde giù nella stiva. Tutti pensavamo che fosse morto per la grande caduta che fece e anche per la molta acqua che era nella stiva. Dio nostro Signore non volle che morisse. Egli stette per un gran spazio di tempo con la testa sotto l'acqua, e per molti giorni fu sofferente al capo per una grande ferita che si fece; lo tirammo fuori con molta fatica dalla stiva ed egli non riprese i sensi per lungo tempo. Dio nostro Signore volle ridargli la salute. Mentre finivamo di curarlo e continuava la grande burrasca che c'era, essendo molto agitata la nave, accadde che una figlia del capitano cadesse in mare. Poiché il mare era tanto infuriato noi non potemmo aiutarla e cosi, alla presenza di suo padre e di tutti, affogò vicino alla nave. Furono tanti i pianti e i lamenti in quel giorno e in quella notte, che era una pena grandissima vedere tanto travaglio nelle anime dei pagani, e il pericolo per la vita di tutti noi che stavamo su quella nave. Passato ciò, senza riposare tutto quel giorno e la notte, i pagani fecero grandi sacrifici e feste all'idolo, ammazzando molti uccelli e offrendogli da mangiare e da bere. Quando tirarono gli oracoli gli chiesero il motivo per cui era morta la figlia del capitano: usci il responso che non sarebbe né morta né caduta in mare se fosse morto il nostro Manuel che era caduto nella stiva.
 
6.  Vedete da che dipendevano le nostre vite: nei responsi dei demoni e nel potere dei suoi servi e ministri. Che sarebbe stato di noi se Dio avesse permesso al demonio di farci tutto il male che desiderava? Nel vedere le offese cosi grandi e palesi che con la devozione a tante idolatrie si facevano a Dio nostro Signore e non avendo possibilità di impedirle, molte volte io chiesi a Dio nostro Signore, prima che noi ci trovassimo in quella tormenta, di concederci la grazia particolarissima di non permettere tanti errori nelle creature che formò a sua immagine e somiglianza; oppure, se li permetteva, che aumentasse al diavolo, cagione di queste stregonerie e idolatrie, grandi pene e tormenti maggiori di quelli che aveva, ogni volta incitava e persuadeva il capitano a tirare le sorti e a credere in esse, facendosi adorare come Dio.
 
7.  Nel giorno che ci accaddero questi disastri e per tutta quella notte, Dio nostro Signore volle farmi tanta grazia da volermi far sentire e conoscere per esperienza molte cose circa i terribili e spaventosi timori che il demonio suscita, quando Dio lo permette, ed egli trova molte occasioni per farli, e circa i rimedi che l'uomo deve usare quando si trova in simili difficoltà contro le tentazioni del nemico: essendo queste troppo lunghe da raccontare, tralascio di scriverle, e non perché esse non siano notevoli. Alla fin dei conti il miglior rimedio, durante questi momenti, è di mostrare di fronte al nemico un coraggio assai grande, diffidando completamente di sé e fidano moltissimo in Dio, riponendo in Lui tutta la forza e la speranza, e, con un tale difensore e protettore, ognuno deve guardarsi dal mostrare viltà, non dubitando di riuscire vincitore. Molte volte pensai che, se Dio nostro Signore aumentò al demonio alcune pene, maggiori di quelle che aveva, questi si volle ben vendicare durante quel giorno e quella notte, poiché molte volte mi si poneva davanti, dicendomi che eravamo giunti al momento in cui si sarebbe vendicato.
 
8.  E siccome il demonio non può mal fare più di quanto Dio conceda in tali momenti, si deve temere più per la sfiducia in Dio che non per il timore del nemico. Dio permette al demonio di affliggere e tormentare quelle creature che, da pusillanimi, cessano di confidare nel loro Creatore e non attingono forza nello sperare in Lui. Per questo male tanto grande della pusillanimità, molti di coloro che hanno cominciato col servire Dio, vivono desolati per non andare avanti, portando con perseveranza la soave croce di Cristo. La pusillanimità ha questa disgrazia tanto pericolosa e dannosa che, come l'uomo si dispone al poco e confida in sé trattandosi di una cosa tanto piccola, quando, invece si trova ad aver bisogno di maggiori forze di quelle che ha ed è costretto a confidare interamente in Dio, nelle cose grandi manca di coraggio in modo da non usare bene la grazia che Dio nostro Signore gli dà per sperare in lui. Inoltre, coloro che si ritengono qualcosa, facendo assegnamento su loro stessi più di quanto non valgano, disprezzando le cose umili senza essersi molto esercitati e avvantaggiati vincendosi in esse, sono più deboli dei pusillanimi durante i grandi pericoli e travagli perché, non portando a termine quello che avevano cominciato, perdono il coraggio per le piccole cose allo stesso modo con cui lo avevano perduto per le grandi.

La grazia e l'amore di Cristo Nostro Signore
sia sempre in nostro aiuto e favore. Amen.
continua...

Novembre - Dicembre
E dopo sentono in sé tanta ripugnanza e vergogna ad esercitarsi in esse, che corrono gran pericolo di perdersi oppure di vivere desolati, non riconoscendo in sé le loro debolezze, che attribuiscono alla croce di Cristo, dicendo che è faticosa da portare avanti. O fratelli, che sarà di noialtri nell'ora della morte se nella vita non ci prepariamo e ci disponiamo a saper sperare e confidare in Dio, dato che in quell'ora noi ci troveremo in tentazioni, travagli e pericoli in cui non ci siamo mai visti, tanto dello spirito come del corpo? Pertanto, nelle cose piccole, coloro che vivono col desiderio di servire Dio, si devono impegnare nell'umiliarsi molto, sconfiggendo sempre se stessi, ponendo un grande e solido fondamento in Dio, affinché nei grandi travagli e pericoli, tanto della vita come della morte, sappiano sperare nella somma bontà e misericordia del loro Creatore. Tutto ciò lo hanno appreso nel vincere le tentazioni nelle quali, per piccole che fossero, trovavano ripugnanza e diffidando di sé con molta umiltà e fortificando i loro animi avendo confidato molto in Dio, poiché nessuno è debole quando adopera bene la grazia che Dio nostro Signore gli da.

E per quanti impedimenti il nemico gli metta nella perseveranza della virtù e della perfezione, corre più pericolo manifestandoli al mondo, quando si trova in grandi tribolazioni e non ha per esse fiducia in Dio, che non soffrendo le tribolazioni che il diavolo gli presenta. Se il timore che gli uomini hanno del demonio nelle tentazioni, paure e minacce che questi pone loro davanti onde distrarli dal servizio di Dio, lo convertissero nel timore del loro Creatore, lasciandolo fare e avendo per certo che se tralasciano di compiere il proprio dovere con Dio sarà per loro un male maggiore di quello che può capitare da parte del demonio, o quanto vivrebbero consolati e quale profitto ne trarrebbero, sapendo per esperienza quale poca cosa essi siano!

Inoltre vedrebbero chiaramente che possono valere molto solo unendosi strettamente a Dio, mentre il demonio come resterebbe confuso e debole nel vedersi vinto da coloro sui quali una volta era stato vincitore!

Tornando ora al nostro viaggio, calmatosi il mare levammo le ancore e, spiegata la vela, cominciammo tutti con molta tristezza ad andare per il nostro viaggio, e in pochi giorni arrivammo in Cina, nel porto di Canton. Tutti furono del parere di svernare nel detto porto, tanto i marinai come il capitano: soltanto noialtri ci opponemmo loro con preghiere e anche mediante alcuni timori e paure che mettevamo loro davanti, dicendo che avremmo scritto al capitano di Malacca e che avremmo detto ai portoghesi di come ci avevano tratto in inganno e che non avevano adempiuto con noi ciò che avevano promesso. Dio nostro Signore volle indurii nella decisione di non restare nelle isole di Canton 7 e cosi levammo le ancore e ci mettemmo in cammino per Chincheo 8, e in pochi giorni, col buon vento che sempre Dio ci dava, arrivammo a Chincheo che è un altro porto della Cina. E mentre stavamo per entrare, già decisi di svernarvi in quanto stava finendo il monsone per andare in Giappone, venne verso di noi un veliero che ci diede la notizia che vi erano molti pirati in quel porto e che saremmo stati perduti se vi entravamo.

Dopo queste notizie che ci diedero e vedendo che le navi di Chincheo stavano ad una lega da noi, il capitano, vedendosi in gran pericolo di perdersi, decise di non entrare a Chincheo; ma il vento soffiava a prua se fossimo tornati un'altra volta a Canton, mentre ci era favorevole a poppa per andare in Giappone.

E cosi, contro la volontà del capitano della nave e dei marinai, fu giocoforza venire in Giappone. In tal modo né il demonio né i suoi ministri poterono impedire la nostra venuta, e cosi Dio ci guidò in queste terre, dove tanto desideravamo giungere, il giorno di Nostra Signora d'Agosto 9 dell'anno 1549. E senza poter approdare in un altro porto del Giappone, arrivammo a Kagoshima, che è la patria di Paolo di Santa Fé, e dove tutti ci ricevettero con molto amore, tanto i suoi parenti come coloro che non lo erano.
Del Giappone, per l'esperienza che abbiamo del paese, vi faccio sapere ciò che di esso abbiamo compreso: anzitutto la gente con cui finora abbiamo conversato è la migliore che finora sia stata scoperta, e mi sembra che fra la gente pagana non se ne troverà un'altra che sia superiore ai giapponesi. E gente di ottima conversazione e generalmente buona e non maliziosa, gente straordinariamente onesta e che stima l'onore più di qualunque altra cosa, è gente in generale povera e la povertà, tra i nobili e tra coloro che non lo sono, non la reputano una vergogna.

Hanno una cosa che nessun altro paese cristiano mi sembra possedere ed è questa: che i nobili, per quanto poveri siano e coloro che non sono nobili, per quante ricchezze abbiano, rendono onore al nobile poverissimo quanto ne farebbero se fosse ricco; e a nessun costo un nobile molto povero si sposerebbe con una donna di altra casta che non fosse [quella] nobile anche se le dessero molte ricchezza; e fanno questo sembrandogli che perderebbero parte del loro onore sposandosi con una di bassa casta.
In tal modo stimano l'onore più delle ricchezze. E’ gente di grande cortesia gli uni con gli altri, apprezzano molto le armi e hanno grande fiducia in esse: portano sempre spade e pugnali, e questo tutte le persone, tanto i nobili come la gente umile; già dall'età di quattordici anni portano spada e pugnale.
continua...


Gennaio - Febbraio
 
È gente che non sopporta alcuna ingiuria né parole pronunciate con disprezzo. La gente che non è nobile ha molto rispetto per i nobili; tutti i nobili si sentono molto onorati di servire il signore del paese e gli sono molto sottomessi. Mi pare che facciano ciò in quanto ritengono che, se facessero il contrario, perderebbero del loro onore, e non certo per il castigo che riceverebbero dal signore se facessero il contrario.

È gente sobria nel mangiare, quantunque sia un po' abbondante nel bere: bevono vino di riso poiché non vi sono vigne in questi luoghi.
 
Sono uomini che non giuocano mai, poiché sembra loro un grande disonore in quanto coloro che giuocano desiderano quello che non è loro, e da lì possono finire per diventare ladroni. Giurano poco e, quando giurano, è per il sole.
 
Gran parte delle persone sa leggere e scrivere, e questo è un grande mezzo per imparare in breve le orazioni e le cose di Dio. Non hanno più di una moglie. E un paese dove esistono pochi ladroni, e questo per la severa giustizia che esercitano verso coloro che scoprono essere tali, poiché a nessuno risparmiano la vita: detestano molto e in ogni maniera questo vizio del furto. È gente di grande buona volontà, molto socievole e desiderosa di apprendere.
 
Sono molto contenti di sentire cose di Dio, soprattutto quando le capiscono. Fra quanti luoghi ho visto nella mia vita, tanto quelli che sono cristiani come quelli che non lo sono, non ho mai veduto gente così leale riguardo al rubare. Non adorano idoli in figura di animali: la maggior parte di essi crede in alcuni uomini antichi i quali — secondo quanto ho compreso — erano uomini che vivevano come filosofi.
 
Molti di essi adorano il sole e altri la luna. Si rallegrano nel sentire cose conformi alla ragione, e dato che vi sono fra loro vizi e peccati, quando però si danno loro delle ragioni mostrano come sia mal fatto ciò che fanno, allora sembra loro buono ciò che la ragione difende.
 
…. Di due cose mi sono molto stupito in questa terra: la prima nel vedere in quale poco conto si tengono peccati grandi e abominevoli, e la causa è che i loro antenati si abituarono a vivere in tal modo e che da ciò presero esempio i loro discendenti.

Vedete come il continuare nei vizi che sono contro natura corrompa l'istinto naturale, così come il continuo trascurare le imperfezioni distrugge e annienta la perfezione.

La seconda cosa è stata quella di vedere che i laici vivono meglio nel loro stato di quanto non vivano i bonzi nel loro, ed essendo questo manifesto, c'è da meravigliarsi per la stima in cui li tengono.

Vi sono molti altri errori fra questi bonzi, e sono maggiori fra coloro che più sanno.
 
Ho parlato molte volte con alcuni [bonzi] dei più sapienti, specialmente con uno per il quale tutti da queste parti hanno molto rispetto, sia per i suoi studi, la vita e la dignità che ha, sia per la grande età che è di ottanta anni; si chiama Ninxit che, nella lingua del Giappone, vuoi dire: «Cuore di verità»
 
Egli è fra loro come un vescovo e, se il nome gli corrispondesse, sarebbe benavventurato. In molte conversazioni che avemmo lo trovai dubbioso e non si sapeva decidere se la nostra anima è immortale o se muore insieme al corpo: alcune volte mi dice sì, altre no. Io temo che non siano così gli altri dotti. Questo Ninxit è tanto amico mio che è una meraviglia. Tutti, tanto laici come bonzi, si rallegrano molto con noi e si stupiscono molto nel vedere che veniamo da paesi tanto lontani — come è dal Portogallo al Giappone, che sono più di seimila leghe — solamente per parlare delle cose di Dio e sul come le genti devono salvare le loro anime credendo in Gesù Cristo; inoltre aggiungono che il fatto per cui siamo venuti in questi luoghi è una cosa ordinata da Dio.
 
Una cosa vi faccio sapere in modo che rendiate molte grazie a Dio Nostro Signore, e cioè che questa isola del Giappone è molto disposta affinché in essa si accresca molto la nostra santa fede; e se noi sapessimo parlare la lingua, non avrei alcun dubbio nel credere che si farebbero molti cristiani. Piacerà a Dio nostro Signore che noi la si apprenda in breve, perché cominciamo già a capirla e spieghiamo i dieci comandamenti dopo i quaranta giorni che abbiamo impiegato per apprenderli.
 
Vi do questo resoconto così minuzioso in modo che tutti rendiate grazie a Dio nostro Signore, dato che si scoprono luoghi in cui i vostri santi desideri si possano realizzare ed adempiere e anche perché vi armiate di molta virtù e di desiderio di patire molti travagli per servire Cristo nostro Redentore e Signore.
 
Ricordatevi sempre che Dio apprezza di più una buona disposizione piena di umiltà con cui gli uomini si offrono a Lui, facendo offerta della loro vita solo per Suo amore e la sua gloria, di quanto non apprezzi e stimi i servizi che gli rendono, per molti che siano.
 
...Siate preparati, perché non ci vorrà molto che prima di due anni vi scriva affinché molti di voi vengano in Giappone.

Intanto disponetevi a ricercare una grande umiltà, vincendo voi stessi in tutte quelle cose per le quali sentite o dovreste sentire ripugnanza, adoperandovi con tutte le forze che Dio vi da onde conoscervi interiormente per quello che siete.
 
E in tal modo voi crescerete in una maggiore fede, speranza, fiducia e amore verso Dio e nella carità col prossimo, poiché dalla diffidenza verso noi stessi nasce la fiducia in Dio, che è veritiera, e per questa via otterrete l'umiltà interiore di cui in tutti i luoghi, e soprattutto in questi, avrete una necessità maggiore di quanto pensiate.

State attenti a non insuperbirvi della buona opinione in cui il popolo vi tiene, a meno che non fosse per sentirvi confusi, perché da questa trascuratezza alcune persone arrivano a perdere l'umiltà interiore, aumentando una certa superbia e, con passar del tempo, non sapendo quanto ciò sia per loro dannoso, quelli che li lodavano arrivano a perdere la devozione per loro ed essi stessi sono inquieti e non trovano consolazione né dentro né fuori.
continua...


marzo - aprile
Una cosa vi faccio sapere in modo che rendiate molte grazie a Dio Nostro Signore, e cioè che questa isola del Giappone è molto disposta affinché in essa si accresca molto la nostra santa fede; e se noi sapessimo parlare la lingua, non ho alcun dubbio nel credere che si farebbero molti cristiani. Piacerà a Dio nostro Signore che noi la si apprenda in breve, perché cominciamo già a capirla e spieghiamo i dieci comandamenti dopo quaranta giorni che abbiamo impiegato per apprenderli.  

Vi do questo resoconto così minuzioso in modo che tutti rendiate grazie a Dio nostro Signore.
 
Si tratta del bonzo Niniitsu, che era anche un illustre letterato e capo del monastero di Fukushòji. Si può aggiungere che, nonostante la veneranda età attestata da! Saverio, nel 1577 l'insigne bonzo era ancora vivo e si addolorò molto quando apprese che il Saverio era morto da tempo; santi desideri si possano realizzare ed adempiere e anche perché vi armiate di molta virtù e di desiderio di patire molti travagli per servire Cristo nostro Redentore e Signore.

Ricordatevi sempre che Dio apprezza di più una buona disposizione piena di umiltà con cui gli uomini si offrono a Lui, facendo offerta della loro vita solo per Suo amore e gloria, di quanto non apprezzi e stimi i servizi che Gli rendono, per molti che siano.
 
Siate preparati, perché non ci vorrà molto che prima di due anni vi scriva affinché molti di voi vengano in Giappone.
 
Intanto disponetevi a ricercare una grande umiltà, vincendo voi stessi in tutte quelle cose per le quali sentite o dovreste sentire ripugnanza, adoperandovi con tutte le forze che Dio vi dà onde conoscervi interiormente per quello che siete. E in tal modo voi crescerete in una maggiore fede, speranza, fiducia e amore verso Dio e nella carità col prossimo, poiché dalla diffidenza verso noi stessi nasce la fiducia in Dio, che è veritiera, e per questa via otterrete l'umiltà interiore di cui in tutti i luoghi, e soprattutto in questi, avrete una necessità maggiore di quanto pensiate.
 
State attenti a non insuperbirvi della buona opinione in cui il popolo vi tiene, a meno che non fosse per sentirvi confusi, perché da questa trascuratezza alcune persone arrivano a perdere l'umiltà interiore, aumentando una certa superbia e, con passar del tempo, non sapendo quanto ciò sia per loro dannoso, quelli che li lodavano arrivano a perdere la devozione per loro ed essi stessi sono inquieti e non trovano consolazione né dentro né fuori.
 
Pertanto, vi prego, in tutte le vostre cose, di fondarvi totalmente in Dio, senza confidare nel vostro potere o sapere od opinione umana, e in tal modo faccio conto che voi siate preparati per tutte le grandi avversità, sia spirituali sia corporali, che vi possono accadere, poiché Dio, solleva e fortifica gli umili, soprattutto quelli che nelle cose piccole e basse hanno visto le loro debolezze come in un limpido specchio e in esse seppero vincersi.
 
Questi tali, quando si vedono in tribolazioni maggiori di quelle in cui mai si siano trovati, e sprofondando in esse, né il demonio con i suoi ministri, né le molte tempeste del mare, né le genti malvage e barbare tanto del mare come della terra, né alcun'altra creatura li può danneggiare: essi sanno per certo — visto la grande confidenza che hanno in Dio — che senza il Suo permesso o licenza non possono far niente.                                                               
continua...


maggio - giugno
Non vi dico queste cose per farvi capire che è una cosa difficile servire Dio e che non è né lieve né soave il giogo del Signore, ma se gli uomini si preparassero a cercare Dio, prendendo e abbracciando i mezzi necessari a ciò, troverebbero tanta soavità e consolazione nel servirlo, che tutta la ripugnanza che provano nel vincere se stessi, sarebbe per loro più facile combattere se sapessero quale diletto e contentezza di spirito perdono per non sforzarsi nelle tentazioni.

Queste, dunque, sogliono impedire nei deboli il grande bene e la conoscenza della somma bontà di Dio e il riposo per questa vita faticosa, poiché vivere in essa senza godere di Dio non è una vita, ma una morte continua.

Io temo che il nemico renda inquieti alcuni di voialtri, proponendovi cose ardue e grandi per il servizio di Dio e che cosa fareste se vi trovaste in altre parti da quelle dove ora state. Il demonio ordina tutto ciò allo scopo di sconfortarvi, rendendovi inquieti in modo da non ottenere frutto nelle vostre anime e in quelle del prossimo nei luoghi dove vi trovate al presente, dandovi ad intendere che perdete tempo.

È questa una chiara, manifesta e comune tentazione per molti che desiderano servire Dio: vi prego molto di resistere a questa tentazione poiché è così dannosa allo spirito e alla perfezione da impedire di andare avanti e fa tornare indietro con molta aridità e desolazione di spirito.
 
Pertanto, ognuno di voi, nei luoghi ove si trova, s'impegni molto per trarre profitto prima per sé e poi per gli altri, avendo per sicuro che in nessun'altra parte può servire tanto Dio come là dove uno si trova per obbedienza, confidando in Dio nostro Signore, il quale farà sentire al vostro superiore — quando sarà il momento — che vi mandi per obbedienza nei luoghi dove Egli sarà più servito. In questa maniera farete progressi nelle vostre anime vivendo confortati e utilizzando bene il tempo che è una cosa tanto preziosa, pur senza essere conosciuta da molti, dato che sapete quale stretto conto dovrete rendere di esso a Dio nostro Signore. Infatti, dato che non rendete alcun frutto poiché non state nei luoghi dove desiderereste trovarvi, così, allo stesso modo, nei luoghi dove ora state non trarrete alcun profitto né per voi né per gli altri, avendo i pensieri e i desideri occupati altrove.

Voi che state in questo Collegio di Santa Fé dovete osservare molto voi stessi ed esercitarvi nel conoscere le vostre debolezze, manifestandole alle persone che vi possono aiutare e dar un rimedio per esse, come sarebbero i vostri confessori già sperimentati, oppure altre persone spirituali della Casa affinché, quando uscirete dal collegio, sappiate per prima cosa curare voi stessi e dopo gli altri, grazie a ciò che vi hanno insegnato l'esperienza e le persone che vi hanno aiutato nelle cose spirituali. E sappiate per certo che molti generi di tentazioni penetreranno in voi, quando andrete soli oppure a due a due, sottoposti a molte prove nelle terre dei pagani e nelle tempeste del mare, tutte cose che non avete provato durante il tempo che stavate nel collegio. E se non sarete molto esercitati ed esperti nel saper vincere i propri disordinati affetti con grande conoscenza degli inganni del nemico, giudicate voi, o fratelli, il pericolo che correrete quando mostrerete al mondo che è tutto fondato sulla cattiveria e come farete a resistergli se non sarete molto umili.

Io vivo anche col grande timore che Lucifero, servendosi dei suoi molti inganni e trasformandosi in angelo di luce, rechi turbamento ad alcuni di voi rappresentandovi le molte grazie che Dio Nostro Signore vi ha fatto, da quando siete entrati nel Collegio, nel liberarvi dalle molte miserie che avete provato quando stavate nel mondo. Ciò potrà indurvi ad alcune false speranze onde portarvi via dal Collegio prima del tempo facendovi credere che se finora, stando voi nel Collegio e in così poco tempo,

Dio nostro Signore vi ha concesso tante grazie, molte di più ve ne farà se uscirete da esso per far frutto nelle anime, facendovi credere che state perdendo il tempo.
continua...


luglio -agosto
Ed essendo a Lui manifeste tutte le loro intenzioni e il desiderio di servirlo ed essendo tutte le creature a Lui obbedienti, confidando in Lui non temono alcuna cosa, se non soltanto di offenderlo; essi sanno che, quando Dio permette al demonio di fare il suo mestiere e alle creature di perseguitare un uomo, è per provarlo oppure per una migliore conoscenza interiore, o per castigo dei propri peccati, o per maggior merito oppure per sua umiliazione.
 
In questo modo gli uomini ringraziano infinitamente Dio perché concede loro tanto dono, e amano coloro che li perseguitano poiché sono lo strumento con cui viene loro così gran bene; e non avendo essi di che pagare tale grazia e per non essere ingrati, pregano Dio per i persecutori con grande efficacia: spero in Dio che così sarete voialtri.
 
Io conosco una persona (Qui il Saecrio parla di sé medesimo) alla quale Dio ha concesso una grande grazia allorquando molte volte, sia nei pericoli come fuori di essi, si preoccupava di porre in Lui ogni sua speranza e fiducia, e il profitto che le venne da ciò sarebbe assai lungo da scrivere. E poiché le maggiori tribolazioni in cui voi finora vi siete visti sono piccole al confronto di quelle che dovrete vedere se voi verrete in Giappone, vi supplico e vi chiedo quanto posso, per amore e servizio di Dio nostro Signore, che vi disponiate al massimo, distruggendo molto le vostre affezioni personali poiché, sono d'impedimento a tanto bene. E badate molto a voi stessi fratelli miei in Gesù Cristo, perché nell’inferno vi sono molti i quali, quando stavano nella vita presente, furono la causa e lo strumento affinché gli altri si salvassero per mezzo delle loro parole e se ne andassero alla gloria del paradiso, mentre loro, mancando di umiltà interiore, andarono all'inferno essendosi fondati su una ingannevole e falsa opinione di loro stessi. E nell'inferno non vi è nessuno di coloro che, quando stavano nella vita presente, si adoperarono nell'adottare misure con le quali ottennero questa umiltà interiore.
 
Ricordatevi sempre quel detto del Signore che dice: "Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde l'anima sua?".
 
Non fate alcun fondamento su voi stessi sembrandovi di essere da molto tempo nella Compagnia, ed essendo più anziani gli uni degli altri, per questo motivo valete più di coloro che non vi si trovano da tanto tempo. Io mi rallegrerei e sarei molto consolato nel sapere che i più anziani occupano molte volte il loro intelletto nel pensare quanto male hanno approfittato del tempo trascorso nella Compagnia, e quanto ne hanno perduto nel non andare avanti, ma anzi tornando indietro.
 
Infatti, coloro che non vanno crescendo nella via della perfezione, perdono quello che hanno guadagnato, mentre i più anziani, che si preoccupano di progredire, si sentono molto confusi e si dispongono a ricercare un'umiltà interiore più che esteriore e di nuovo prendono animo e forza per recuperare ciò che è perduto; in questo modo sono di grande edificazione, dando un esempio e un buon odore di sé ai novizi e agli altri con cui conversano.
 
Esercitatevi sempre e di continuo in questo esercizio, dato che desiderate emergere nel servizio di Cristo.
 
E credetemi: voi che verrete da queste parti, sarete ben provati per quelle che siete, e per quanta diligenza voi abbiate nel conquistare e ottenere molte virtù, fate conto che non ne avrete d'avanzo.
continua...


settembre - ottobre
A questa tentazione potete resistere in due maniere: la prima, considerando attentamente in voi medesimi che se i grandi peccatori che vivono nel mondo stessero dove voi siete, fuori dalle occasioni di peccare e posti in un luogo adatto ad acquistare grande perfezione, quanto sarebbero umiliati da quello che sono e forse potrebbero far confondere molti di voi! Vi dico questo affinché pensiate che la mancanza delle occasioni per offendere Dio e i molti mezzi e aiuti che in questa casa vi sono per godere di Dio, sono motivo per non peccare gravemente. Coloro che non conoscono da dove venga loro tanta misericordia, attribuiscono a sé stessi il bene spirituale che viene loro dal raccoglimento e stare sempre in umiltà.

Poiché è ragionevole che coloro i quali avvertono molto in se stessi le loro passioni e con gran diligenza le curano bene, potranno sentire e curare con carità quelle del prossimo, soccorrendolo nei suoi bisogni, dando la vita per esso; poiché come hanno ricavato profitto nella loro anima sentendo e curando le proprie passioni, cosi sapranno curare e arrivare a sentire quelle altrui; e là dove essi sono giunti a sentire la passione di Cristo, là essi saranno lo strumento perché altri la sentano. Al contrario non vedo in qual modo coloro che non la sentono in sé, la possano far sentire agli altri.
 
Nel paese di Paolo di Santa Fé, nostro buono e sincero amico, fummo ricevuti dal capitano della città e dal sindaco del luogo con grande benevolenza e affetto, e così da tutto il popolo, mentre tutti si meravigliavano molto nel vedere Padri della terra dei portoghesi. Non si sono scandalizzati in nessun modo per il fatto che Paolo si sia fatto cristiano, ma anzi lo apprezzano molto e si rallegrano tutti con lui, tanto i suoi parenti come coloro che non lo sono, per essere stato in India e aver visto cose che questi non videro.
 
Il duca di questa terra si è rallegrato molto con lui, gli ha reso molto onore chiedendogli molte cose circa gli usi e il valore dei portoghesi; e Paolo lo ha informato di tutto, e di ciò il duca si è mostrato molto contento. Quando Paolo andò a parlare col duca, il quale stava a cinque leghe da Kagoshima, portò con sé un’immagine assai venerata di Nostra Signora che avevamo recato con noi, e il duca si rallegrò straordinariamente quando la vide e si pose in ginocchio davanti all’immagine di Cristo nostro Signore e di Nostra Signora, adorandola con molta devozione e riverenza e ordinando a tutti quelli che stavano con lui di fare altrettanto.
 
Dopo la mostrarono alla madre del duca, la quale si meravigliò nel vederla, dimostrando molto piacere.
 
Dopo che Paolo tornò a Kagoshima, dove noi stavamo, la madre del duca dopo pochi giorni mandò un nobile per ordinare in qual modo si potesse fare un’altra immagine come quella, ma non essendovi nel paese il materiale adatto, si tralasciò di farlo. Questa signora mandò a chiedere di mandarle per iscritto ciò in cui i cristiani credono, e così Paolo occupò alcuni giorni nel farlo, e nella sua lingua scrisse molte cose della nostra fede.

Credete una cosa, e di ciò ringraziate molto Dio: si apre una strada dove i vostri desideri si possono realizzare; e se noi sapessimo parlare il giapponese, già avremmo ottenuto molto frutto.

Paolo si è dato tanto da fare con molti suoi parenti ed amici, predicando loro giorno e notte, ed è stata la causa per cui sua madre, la moglie e la figlia e molti parenti, tanto uomini come donne e amici, si sono fatti cristiani.
 
Qua finora non si scandalizzavano se uno si fa cristiano, e siccome gran parte di loro sa leggere e scrivere, imparano presto le orazioni.

Piacerà a Dio nostro Signore di farci imparare la lingua in modo da poter parlare delle cose di Dio, perché allora faremo molto frutto con il suo aiuto, grazia e favore.
continua...


novembre - dicembre
Ora stiamo fra loro come tante statue, perché essi parlano e conversano con noi di molte cose, e noi non comprendendo la lingua, stiamo zitti. Per il momento ci capita di essere come fanciulli che imparano a parlare e piacesse a Dio che fossimo uguali a loro nella semplicità e nella purezza dell'animo. Siamo costretti ad adottare misure e prepararci ad essere come loro sia nell'imparare a parlare sia nell’imitare la semplicità dei fanciulli che sono privi di malizia.

E per questo Dio ci ha fatto una grazia assai grande e particolare nel portarci in questi luoghi di pagani affinché non ci dimenticassimo di noi stessi, dato che è una terra tutta di idolatrie e di nemici di Cristo. Noi non abbiamo in chi poter confidare e sperare se non in Dio, dato che non abbiamo parenti, né amici né conoscenti e non vi è alcuna pietà cristiana, perché tutti sono nemici di Colui che fece il ciclo e la terra.

E per questa ragione siamo costretti a riporre tutta la nostra fede, speranza e fiducia in Cristo nostro Signore e non in alcuna creatura vivente poiché, per il loro paganesimo, tutti sono nemici di Dio.

In altri luoghi, dove il nostro Creatore, Redentore e Signore è conosciuto, le creature sogliono essere causa e impedimento per farci dimenticare Dio, come è l'amore del padre, della madre, dei parenti, amici e conoscenti, oppure l'amore per la propria patria e l'avere il necessario, tanto essendo sani come nelle malattie, possedendo beni temporali o amici spirituali che ci aiutano nelle necessità corporali. Ma soprattutto ciò che più obbliga a sperare in Dio è la mancanza di persone che ci aiutino nello spirito: di modo che qui, in terre straniere dove Dio non è conosciuto, Egli ci concede tanta grazia che le creature ci costringono e ci aiutano a non dimenticare di riporre tutta la nostra fede, speranza e fiducia nella Sua divina bontà, mancando esse di ogni amore di Dio e di pietà cristiana.

Nel considerare questa grande grazia che Dio nostro Signore ci fa insieme a molte altre, rimaniamo confusi nel vedere la misericordia così manifesta che Egli ci usa.

Noi pensavamo di rendere a Lui qualche servizio venendo in questi luoghi per accrescere la Sua santa fede, ma adesso, per la Sua bontà, ci ha fatto chiaramente conoscere e capire la grazia così immensa che ci ha concesso nel condurci in Giappone, liberandoci dall'amore di molte creature che ci impedivano di avere maggiore fede, speranza e fiducia in Lui. Giudicate ora voi, se noi fossimo quello che dovremmo essere, quanto tranquilla, confortata e tutta piena di gioia sarebbe la nostra vita, sperando solamente in Colui dal quale procede ogni bene e che non inganna coloro che in Lui confidano, ma anzi è più generoso nel dare di quello che non siano gli uomini nel chiedere e nello sperare.

Per amore di Nostro Signore aiutateci a render grazie di così grande dono affinché non cadiamo nel peccato di ingratitudine.

Infatti, in coloro che desiderano servire Dio, questo peccato è la causa per cui Dio nostro Signore tralascia di fare maggiori grazie di quelle che concede, non essendo essi a conoscenza di una grazia così grande in modo da potersi servire di essa.

Dio ci ha concesso una grande grazia nel condurci in questi luoghi, i quali mancano di ogni abbondanza che, anche se volessimo concedere qualcosa di superfluo al corpo, non lo permetterebbe la terra.

Non uccidono né mangiano animali allevati da loro, alcune volte mangiano pesce, riso e grano, anche se poco.

Vi sono molte erbe con le quali si sostentano e alcuni frutti, ma pochi. La gente di questa terra vive meravigliosamente sana e vi sono molti vecchi. Si vede bene nei giapponesi come il nostro fisico si sostenga con poco, anche se non vi è cosa che lo contenti.

Noi viviamo in questa terra molto sani nel corpo. Piacesse a Dio che così lo fossimo nell'anima!
continua...

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