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San Francesco Saverio
“Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15)
È il mandato di Gesù a tutti gli Apostoli, e quindi anche alle “Apostole”!
E questo è il motivo di fondo che spinse P. Busnelli a caratterizzarci con tale appellativo. Consacrate sì, ma missionarie, quasi certamente anonime, in un ambiente e una realtà circoscritti, ma con il cuore aperto e lo sguardo lontano ad abbracciare il mondo, proprio secondo lo spirito Ignaziano.
E allora perché non volgere lo sguardo ad un santo che invochiamo spesse volte, ma che forse conosciamo troppo poco, come San Francesco Saverio, (il santo gesuita che ha vissuto il suo essere missionario fino alle estreme conseguenze) in questo anno in cui si sottolinea la nostra vocazione soprattutto come missione? Possiamo in tale modo sfruttare l’opportunità di aprire un dialogo con Lui: accettando inviti alla riflessione, alla preghiera, a ripensamenti e anche suggerimenti all’azione concreta, nei limiti e nella misura della nostra possibilità, se non altro realizzata con la testimonianza della nostra vita, non valutabile, ma non meno incisiva e sempre possibile. Saremo e vivremo così da autentiche “discepole missionarie, senza frontiera, al servizio delle diverse vocazioni” E Dio sarà con noi tutti i giorni “sino alla fine “(Mt28,20)
(a cura di Grazia Orzenini)
Il 3 dicembre è la festa liturgica di san Francesco Saverio. Un Santo che ha dell’incredibile. Partì da solo per le Indie, con una sola ricchezza: portare Cristo a chi ancora non lo conosceva. Un esempio di cristianesimo militante. San Francesco Saverio è considerato il più grande missionario dell’epoca moderna. Fu proclamato Patrono dell’Oriente, dell’Opera della Propagazione della Fede e, con Santa Teresina di Lisieux, delle Missioni.

Infatti, nella sua vita, tutta dedicata all’apostolato, giunse in India, Giappone e Cina, dove morì.
 
Francesco De Jassu venne alla luce in Spagna il 7 Aprile 1506 nel Castello di Xavier (dal quale poi Saverio) nella Navarra da una nobile famiglia di sani princìpi religiosi. Dopo la distruzione del Castello e la morte del padre, avvenuti durante la guerra fra Ferdinando di Castiglia e i reali di Navarra, che erano filo‐francesi, ebbe inizio un triste periodo per la famiglia dei Saverio.
 
Francesco, sia per sfuggire alla sconfitta e alla miseria, sia per prepararsi a restaurare la gloria della sua famiglia, si trasferì a Parigi per studiare all’Università. Lì prese parte alla vita mondana della città, conobbe umanisti e fu attratto dalle teorie eretiche del tempo, ma fu “salvato” da due figure che lo avrebbero positivamente influenzato.
 
Trovandosi a vivere in un pensionato universitario, ebbe modo di conoscere come compagni di stanza, prima, il beato Pietro Favre e poi Sant’Ignazio di Loyola.
 
L’agiografia vuole che sin da subito sant’Ignazio, notando l’interessante temperamento del ragazzo, tentò di distoglierlo dalla sua visione della vita troppo legata ai beni materiali ripetendogli spesso la frase: «Che giova all’uomo guadagnare anche tutto il mondo, se poi perde l’anima?» (Mc. 8,36). Francesco, all’inizio, mosso dall’antipatia verso Ignazio, rimase indifferente ai suoi richiami, ma infine dovette cedere.
 
L’antipatia si trasformò in profonda ammirazione e gratitudine e il 15 agosto del 1534 si consacrò a Cristo tra i primi sette componenti della Compagnia di Gesù.

I suoi due fratelli maggiori tentarono di dissuaderlo da una tale decisione riuscendo a procurargli il canonicato a Pamplona, ma era troppo tardi: Francesco era già in viaggio verso l’Italia con i suoi compagni, deciso a partire per la Terra Santa.
 
Giunti a Venezia, non riuscirono ad imbarcarsi per la Palestina, a causa delle guerre in corso tra Veneziani e Turchi, e così si recarono a Roma, dove ricevettero l’approvazione del papa Paolo III e furono ordinati sacerdoti.

Di lì a poco sarebbero iniziate le lunghe peregrinazioni del Santo. Francesco ogni tanto sognava di portare sulle spalle un indiano molto pesante e quando l’ambasciatore di Lisbona chiese alla Compagnia di Gesù di inviare due sacerdoti nelle Indie per l’evangelizzazione di quelle terre, accadde che Francesco, anche se non era stato scelto, dovette partire per l’ammalarsi di uno dei due sacerdoti che erano stati prescelti.
 
Il 7 aprile 1541 Francesco partì da Lisbona e dopo un lungo viaggio, durato tredici mesi, giunse (era il 6 maggio 1542) a Goa, la capitale dell’Oriente portoghese conquistata trent’anni prima.
 
Francesco come sua abitazione scelse l’ospedale cittadino dormendo in un letto posto accanto a quello del malato più grave.
 
Di giorno si muoveva per la città chiamando a sé i bambini e gli schiavi per educarli al cristianesimo, visitava i malati e i prigionieri guadagnandosi il nome di “padre buono”.
 
Si occupò anche dei Pàravi, i pescatori di perle, che, vessati dai musulmani, si erano rivolti ai Portoghesi ed erano diventati cristiani, senza però un’adeguata educazione in quanto non si conosceva bene la loro lingua.
 
Francesco, insieme a due compagni di quell’etnia che gli facevano da interpreti, partì verso i luoghi dei Pàravi e con grande fatica tradusse le più importanti preghiere e le verità della fede.
 
Per due anni girò nei villaggi battezzando, insegnando le preghiere e fondando chiese e scuole.
 
Dopo Goa, si mosse verso Malacca e nell’arcipelago delle Molucche. In questo periodo conobbe un giapponese che era scappato dalla sua patria per un delitto commesso.
 
Questi, di nome Hanjiro, volle convertirsi e provocò nel santo un forte interesse nei confronti del popolo giapponese.
 
Così, nel 1549 giunse in Giappone.
 
All’inizio vi fu una buona accoglienza, poi, a causa dei bonzi, venne introdotta la pena di morte per chi si battezzava.
 
Il Giappone avrebbe comunque lasciato un’ottima impressione a Francesco che se ne andò lasciando una comunità di già 1500 fedeli.
 
Ora gli si prospettava la Cina che in Giappone gli era stata presentata come una terra assai più colta e raffinata.
 
Per Francesco sarebbe stato l’ultimo viaggio, infatti giunto in Cina si ammalò di febbre e morì.
 
Il suo corpo fu trasportato a Goa dove ancora oggi si trova. Francesco, oltre ad aver percorso migliaia di chilometri per terra e per mare, si stima che abbia battezzato circa 30.000 persone.
 
Il suo apostolato si basava sull’alternare l’esposizione della dottrina alla preghiera, infatti si preoccupava molto della traduzione delle preghiere di base che trasmettevano le verità di fede, come il semplice segno della croce con il quale si trasmetteva l’idea della Trinità.
 
Fu un gigante dell’evangelizzazione.
Un faro per i nostri tempi di secolarizzazione, apostasia e di evidente tradimento da parte di tanti cristiani che hanno paura di testimoniare Cristo, Via, Verità e Vita.

San Francesco Saverio insegna che ogni sacrificio deve essere fatto per
 
Testimoniare la verità di Cristo, e che, senza questa Verità, la vita di ogni uomo rimane impietosamente povera.
“Ti ringrazio, Signore, per la tua provvidenza d’avermi dato
un compagno come questo Ignazio di Lojola, dapprima così poco simpatico”
continua...

Settembre - Ottbre
1.  Da Malacca vi scrissi molto a lungo circa tutto il nostro viaggio, da quando siamo partiti dall'India fino all'arrivo a Malacca e quello che abbiamo fatto durante il tempo che siamo stati laggiù. Ora vi faccio sapere in qual modo Dio nostro Signore, per la sua infinita misericordia, ci condusse in Giappone. Il giorno di San Giovanni dell'anno 1549, di pomeriggio, ci imbarcammo a Malacca per venire in questi luoghi, sulla nave di un mercante pagano cinese il quale si era offerto al capitano di Malacca per portarci in Giappone; partiti poi, avendoci concesso Dio molta grazia nel darci buonissimi il tempo e il vento, tuttavia poiché fra i pagani regna molto l'incostanza, il capitano cominciò a mutare parere nel non voler più andare in Giappone, fermandosi senza necessità nelle isole che trovavamo.
 
2.  Ma ciò per cui più soffrivamo nel nostro viaggio erano due cose: la prima, vedere che non approfittavano del buon tempo e vento che Dio nostro Signore ci dava e che, se finiva il monsone per andare in Giappone, eravamo costretti ad attendere un anno, svernando nella Cina, nell'attesa dell'altro monsone; e la seconda erano le continue e molte idolatrie e i sacrifici che, senza poterlo impedire, facevano il capitano e i pagani all'idolo che portavano sulla nave; tiravano molte volte a sorte e gli chiedevano se potevamo o no andare in Giappone e se ci sarebbero durati i venti necessari per la nostra navigazione: certe volte le sorti uscivano bene, a volte cattive, secondo quello che essi ci dicevano e credevano.

3.  A cento leghe da Malacca, sulla strada della Cina, approdammo in un'isola nella quale ci rifornimmo di timoni e di altro legname necessario per le grandi tempeste e i mari della Cina. Fatto questo, tirarono le sorti, facendo prima molti sacrifici e feste all'idolo, adorandolo molte volte e chiedendogli se avremmo avuto buon vento oppure no, e venne fuori la sorte che avremmo avuto buon tempo e che non aspettassimo oltre. Cosi salpammo e sciogliemmo la vela tutti quanti con molta allegria: i pagani confidando nell'idolo che portavano con grande venerazione sulla poppa della nave con candele accese, profumandolo con effluvi di legno di «aguila» (L'«aguila» era come incenso in legno odoroso, proveniente dalla Cochinchina) e noialtri confidando in Dio, creatore del ciclo e della terra, e in Gesù Cristo, suo Figlio, per il cui amore e servizio venivamo in questi luoghi onde accrescere la Sua santissima fede.
 
4.  Durante il nostro viaggio cominciarono i pagani a tirare le sorti e a fare domande all'idolo se la nave, con cui andavamo, sarebbe tornata dal Giappone a Malacca: usci il responso che sarebbe andata in Giappone, ma che non sarebbe ritornata a Malacca. E allora entrò in essi la sfiducia e non volevano andare in Giappone, ma piuttosto svernare nella Cina e aspettare un altro anno. Vedete lo sforzo che dovevamo sopportare in questa navigazione, dovendo sottostare al parere del demonio e dei suoi servi se dovevamo o no andare in Giappone, poiché coloro che guidavano e governavano la nave non facevano niente più di quello che il demonio diceva loro con i suoi responsi.
 
5.  Procedendo adagio il nostro viaggio prima di arrivare in Cina, essendo vicini ad una terra che si chiama Cochinchina, la quale è già vicino alla Cina, ci accaddero due disastri in un giorno, alla vigilia della Maddalena. Essendo il mare grosso e in grande tempesta, mentre eravamo ancorati, capitò, per una distrazione, che la stiva della nave rimanesse aperta mentre Manuel il cinese, nostro compagno,
passava vicino ad essa; e al grande rullio che diede la nave a causa del mare che era agitato, non potendosi egli tenere, cadde giù nella stiva. Tutti pensavamo che fosse morto per la grande caduta che fece e anche per la molta acqua che era nella stiva. Dio nostro Signore non volle che morisse. Egli stette per un gran spazio di tempo con la testa sotto l'acqua, e per molti giorni fu sofferente al capo per una grande ferita che si fece; lo tirammo fuori con molta fatica dalla stiva ed egli non riprese i sensi per lungo tempo. Dio nostro Signore volle ridargli la salute. Mentre finivamo di curarlo e continuava la grande burrasca che c'era, essendo molto agitata la nave, accadde che una figlia del capitano cadesse in mare. Poiché il mare era tanto infuriato noi non potemmo aiutarla e cosi, alla presenza di suo padre e di tutti, affogò vicino alla nave. Furono tanti i pianti e i lamenti in quel giorno e in quella notte, che era una pena grandissima vedere tanto travaglio nelle anime dei pagani, e il pericolo per la vita di tutti noi che stavamo su quella nave. Passato ciò, senza riposare tutto quel giorno e la notte, i pagani fecero grandi sacrifici e feste all'idolo, ammazzando molti uccelli e offrendogli da mangiare e da bere. Quando tirarono gli oracoli gli chiesero il motivo per cui era morta la figlia del capitano: usci il responso che non sarebbe né morta né caduta in mare se fosse morto il nostro Manuel che era caduto nella stiva.
 
6.  Vedete da che dipendevano le nostre vite: nei responsi dei demoni e nel potere dei suoi servi e ministri. Che sarebbe stato di noi se Dio avesse permesso al demonio di farci tutto il male che desiderava? Nel vedere le offese cosi grandi e palesi che con la devozione a tante idolatrie si facevano a Dio nostro Signore e non avendo possibilità di impedirle, molte volte io chiesi a Dio nostro Signore, prima che noi ci trovassimo in quella tormenta, di concederci la grazia particolarissima di non permettere tanti errori nelle creature che formò a sua immagine e somiglianza; oppure, se li permetteva, che aumentasse al diavolo, cagione di queste stregonerie e idolatrie, grandi pene e tormenti maggiori di quelli che aveva, ogni volta incitava e persuadeva il capitano a tirare le sorti e a credere in esse, facendosi adorare come Dio.
 
7.  Nel giorno che ci accaddero questi disastri e per tutta quella notte, Dio nostro Signore volle farmi tanta grazia da volermi far sentire e conoscere per esperienza molte cose circa i terribili e spaventosi timori che il demonio suscita, quando Dio lo permette, ed egli trova molte occasioni per farli, e circa i rimedi che l'uomo deve usare quando si trova in simili difficoltà contro le tentazioni del nemico: essendo queste troppo lunghe da raccontare, tralascio di scriverle, e non perché esse non siano notevoli. Alla fin dei conti il miglior rimedio, durante questi momenti, è di mostrare di fronte al nemico un coraggio assai grande, diffidando completamente di sé e fidano moltissimo in Dio, riponendo in Lui tutta la forza e la speranza, e, con un tale difensore e protettore, ognuno deve guardarsi dal mostrare viltà, non dubitando di riuscire vincitore. Molte volte pensai che, se Dio nostro Signore aumentò al demonio alcune pene, maggiori di quelle che aveva, questi si volle ben vendicare durante quel giorno e quella notte, poiché molte volte mi si poneva davanti, dicendomi che eravamo giunti al momento in cui si sarebbe vendicato.
 
8.  E siccome il demonio non può mal fare più di quanto Dio conceda in tali momenti, si deve temere più per la sfiducia in Dio che non per il timore del nemico. Dio permette al demonio di affliggere e tormentare quelle creature che, da pusillanimi, cessano di confidare nel loro Creatore e non attingono forza nello sperare in Lui. Per questo male tanto grande della pusillanimità, molti di coloro che hanno cominciato col servire Dio, vivono desolati per non andare avanti, portando con perseveranza la soave croce di Cristo. La pusillanimità ha questa disgrazia tanto pericolosa e dannosa che, come l'uomo si dispone al poco e confida in sé trattandosi di una cosa tanto piccola, quando, invece si trova ad aver bisogno di maggiori forze di quelle che ha ed è costretto a confidare interamente in Dio, nelle cose grandi manca di coraggio in modo da non usare bene la grazia che Dio nostro Signore gli dà per sperare in lui. Inoltre, coloro che si ritengono qualcosa, facendo assegnamento su loro stessi più di quanto non valgano, disprezzando le cose umili senza essersi molto esercitati e avvantaggiati vincendosi in esse, sono più deboli dei pusillanimi durante i grandi pericoli e travagli perché, non portando a termine quello che avevano cominciato, perdono il coraggio per le piccole cose allo stesso modo con cui lo avevano perduto per le grandi.

La grazia e l'amore di Cristo Nostro Signore
sia sempre in nostro aiuto e favore. Amen.
continua...

Novembre - Dicembre
E dopo sentono in sé tanta ripugnanza e vergogna ad esercitarsi in esse, che corrono gran pericolo di perdersi oppure di vivere desolati, non riconoscendo in sé le loro debolezze, che attribuiscono alla croce di Cristo, dicendo che è faticosa da portare avanti. O fratelli, che sarà di noialtri nell'ora della morte se nella vita non ci prepariamo e ci disponiamo a saper sperare e confidare in Dio, dato che in quell'ora noi ci troveremo in tentazioni, travagli e pericoli in cui non ci siamo mai visti, tanto dello spirito come del corpo? Pertanto, nelle cose piccole, coloro che vivono col desiderio di servire Dio, si devono impegnare nell'umiliarsi molto, sconfiggendo sempre se stessi, ponendo un grande e solido fondamento in Dio, affinché nei grandi travagli e pericoli, tanto della vita come della morte, sappiano sperare nella somma bontà e misericordia del loro Creatore. Tutto ciò lo hanno appreso nel vincere le tentazioni nelle quali, per piccole che fossero, trovavano ripugnanza e diffidando di sé con molta umiltà e fortificando i loro animi avendo confidato molto in Dio, poiché nessuno è debole quando adopera bene la grazia che Dio nostro Signore gli da.

E per quanti impedimenti il nemico gli metta nella perseveranza della virtù e della perfezione, corre più pericolo manifestandoli al mondo, quando si trova in grandi tribolazioni e non ha per esse fiducia in Dio, che non soffrendo le tribolazioni che il diavolo gli presenta. Se il timore che gli uomini hanno del demonio nelle tentazioni, paure e minacce che questi pone loro davanti onde distrarli dal servizio di Dio, lo convertissero nel timore del loro Creatore, lasciandolo fare e avendo per certo che se tralasciano di compiere il proprio dovere con Dio sarà per loro un male maggiore di quello che può capitare da parte del demonio, o quanto vivrebbero consolati e quale profitto ne trarrebbero, sapendo per esperienza quale poca cosa essi siano!

Inoltre vedrebbero chiaramente che possono valere molto solo unendosi strettamente a Dio, mentre il demonio come resterebbe confuso e debole nel vedersi vinto da coloro sui quali una volta era stato vincitore!

Tornando ora al nostro viaggio, calmatosi il mare levammo le ancore e, spiegata la vela, cominciammo tutti con molta tristezza ad andare per il nostro viaggio, e in pochi giorni arrivammo in Cina, nel porto di Canton. Tutti furono del parere di svernare nel detto porto, tanto i marinai come il capitano: soltanto noialtri ci opponemmo loro con preghiere e anche mediante alcuni timori e paure che mettevamo loro davanti, dicendo che avremmo scritto al capitano di Malacca e che avremmo detto ai portoghesi di come ci avevano tratto in inganno e che non avevano adempiuto con noi ciò che avevano promesso. Dio nostro Signore volle indurii nella decisione di non restare nelle isole di Canton 7 e cosi levammo le ancore e ci mettemmo in cammino per Chincheo 8, e in pochi giorni, col buon vento che sempre Dio ci dava, arrivammo a Chincheo che è un altro porto della Cina. E mentre stavamo per entrare, già decisi di svernarvi in quanto stava finendo il monsone per andare in Giappone, venne verso di noi un veliero che ci diede la notizia che vi erano molti pirati in quel porto e che saremmo stati perduti se vi entravamo.

Dopo queste notizie che ci diedero e vedendo che le navi di Chincheo stavano ad una lega da noi, il capitano, vedendosi in gran pericolo di perdersi, decise di non entrare a Chincheo; ma il vento soffiava a prua se fossimo tornati un'altra volta a Canton, mentre ci era favorevole a poppa per andare in Giappone.

E cosi, contro la volontà del capitano della nave e dei marinai, fu giocoforza venire in Giappone. In tal modo né il demonio né i suoi ministri poterono impedire la nostra venuta, e cosi Dio ci guidò in queste terre, dove tanto desideravamo giungere, il giorno di Nostra Signora d'Agosto 9 dell'anno 1549. E senza poter approdare in un altro porto del Giappone, arrivammo a Kagoshima, che è la patria di Paolo di Santa Fé, e dove tutti ci ricevettero con molto amore, tanto i suoi parenti come coloro che non lo erano.
Del Giappone, per l'esperienza che abbiamo del paese, vi faccio sapere ciò che di esso abbiamo compreso: anzitutto la gente con cui finora abbiamo conversato è la migliore che finora sia stata scoperta, e mi sembra che fra la gente pagana non se ne troverà un'altra che sia superiore ai giapponesi. E gente di ottima conversazione e generalmente buona e non maliziosa, gente straordinariamente onesta e che stima l'onore più di qualunque altra cosa, è gente in generale povera e la povertà, tra i nobili e tra coloro che non lo sono, non la reputano una vergogna.

Hanno una cosa che nessun altro paese cristiano mi sembra possedere ed è questa: che i nobili, per quanto poveri siano e coloro che non sono nobili, per quante ricchezze abbiano, rendono onore al nobile poverissimo quanto ne farebbero se fosse ricco; e a nessun costo un nobile molto povero si sposerebbe con una donna di altra casta che non fosse [quella] nobile anche se le dessero molte ricchezza; e fanno questo sembrandogli che perderebbero parte del loro onore sposandosi con una di bassa casta.
In tal modo stimano l'onore più delle ricchezze. E’ gente di grande cortesia gli uni con gli altri, apprezzano molto le armi e hanno grande fiducia in esse: portano sempre spade e pugnali, e questo tutte le persone, tanto i nobili come la gente umile; già dall'età di quattordici anni portano spada e pugnale.
continua...

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