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“Uscire senza ritardi e senza paure”
Riflessione di mons. José Rodríguez Carballo, O.F.M., segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica
24 LUGLIO 2017PAUL DE MAEYERPAPA & SANTA SEDE
uscire senza paure
“La Chiesa è chiamata ad ‘uscire’ per annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi e in tutte le occasioni, senza ritardi e senza paure.” Lo scrive il segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, mons. José Rodríguez Carballo OFM, in una riflessione sulla “Evangelii gaudium”, pubblicata su “L’Osservatore Romano” di sabato 22 luglio 2017 sotto il titolo “Uscire nel mondo”.

Si tratta — così sottolinea il religioso francescano — di “una chiamata rivolta a tutto il popolo di Dio”, ma in particolare ai membri degli istituti secolari, cioè quella di “vivere fino in fondo la spiritualità dell’esodo e della ospitalità”, aprendo cioè “il cuore a tutte le vicissitudini dell’uomo e della donna di oggi per poterle illuminare con la luce del Vangelo”.

Questo richiede “audacia” e “creatività”, nonché la forza di abbandonare il “comodo” criterio del “si è fatto sempre così” e di “assumere il rischio della provvisorietà e dell’urgenza”.

Questa chiamata ha infatti carattere impellente, di urgenza, nel senso che “non si può rimandare sine die”. Infatti — sottolinea il sacerdote spagnolo — bisogna uscire, anche commettendo forse degli sbagli, “ma chi non esce certamente ha già sbagliato”.

Uscendo nel mondo, il religioso deve inoltre “trasmettere allegria, essere profeta di speranza” e questo “in ogni momento, in ogni circostanza”, prosegue mons. Carballo.

Questa allegria, questa gioia “è anzitutto una disposizione interiore”, poiché “nasce dalla vicinanza di Gesù, dall’incontro con lui, dall’accoglienza del Vangelo”, così afferma l’autore, che torna su un tema caro al Pontefice.

Quindi non è “una allegria esteriore, allegria finta, allegria di vetrina”, ma “profonda, autentica, che nessuno può rubare, né la tribolazione, né la persecuzione, né le prove di qualunque tipo”.

Essa è anche “sempre comunicante”, cioè “soffre di solitudine”. Quindi va accolta, perché “è Gesù stesso”, e poi occorre “diffonderla, condividerla”.

Essendo “Gesù stesso” questo significa che la gioia è “costitutiva della fede cristiana” e perciò per il cristiano in generale e per il consacrato in particolare “non è una possibilità, ma una responsabilità”.

“La perfetta letizia include, offre e sparge la perfetta speranza”, prosegue mons. Carballo, che individua soprattutto nella rassegnazione o nell’indifferenza “il nemico della speranza” e definisce l’auto-referenzialità una “grave infermità”.

Mentre non occorre “cedere alla tentazione dei numeri e delle opere”, per il credente — e per il consacrato in particolare — non c’è può essere motivo per la “scontentezza cronica”, per una “accidia che inaridisce l’anima”.

“Non si sono scuse perché il Vangelo rimanga sepolto”, sottolinea l’autore, che invita tutti a “rimanere svegli”, “a recuperare la nostra vocazione” e ad essere “sentinelle nella notte”.

“Ancorati nella fede in Cristo morto e risorto, il consacrato secolare è chiamato ad essere profeta di speranza irradiandola e contagiandola”, spiega mons. Carballo.

“Questo è il volto che papa Francesco vuole per la Chiesa”, così conclude il presule la sua riflessione.

Fonte: zenit.org
Compagnia Apostole del Sacro Cuore
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