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Don Puglisi, testimone di resilienza


Il sacerdote siciliano fu ucciso a Palermo da “Cosa nostra” il 15 settembre del 1993,
giorno del suo 56º compleanno

«E’ sperare la cosa più difficile. La cosa più facile è disperare, ed è la grande tentazione».
 
Come Charles Péguy scriveva, così Pino Puglisi visse. Se ne occupa anche Sergio Astori nel suo recente saggio sulla resilienza, la capacità «di adattamento positivo a fronte di un’avversità, di un trauma, di una tragedia, di minacce e simili fonti significative di stress». Che per un sacerdote, e in generale per il cristiano, è la dote del buon grano rispetto all’asfissia generata dalla zizzania: non si può estirpare la mala pianta, altrimenti si perderebbe anche il buon raccolto.
 
Certo, ci sono ambiti nei quali la resilienza era ed è messa a dura prova. Come nel quartiere palermitano di Brancaccio, dove il parroco venne ucciso la sera del 15 settembre del 1993. È in un contesto fatto di povertà e cultura dello “scarto” (come l’avrebbe definita qualche tempo più tardi Papa Francesco), di problemi di igiene e salute, di strade mafiosizzate e violenza quotidiana che si sviluppa l’opera pastorale di don Puglisi, prete tutt’altro contro: egli non era “anti” qualcosa o qualcuno, ma era “per” l’uomo, nella convinzione che le mafie non si combattono solo costruendo trincee, erigendo steccati e ingaggiando lotte tanto cruente, quanto perdenti. No: il resiliente, proprio perché non ha poteri materiali, a lungo andare dà fastidio o appare paradossale, come paradossale era il Vangelo che egli portava sempre in mano. Anche l’ultimo giorno, quando tre sicari gli si pararono davanti sull’uscio di casa fingendo una rapina, mentre il quarto membro del commando, Salvatore Grigoli, gli sparava alla nuca un colpo di pistola.
 
Perché la cupola aveva ordinato l’eliminazione del resiliente prete Puglisi? Che cosa era risultato terribilmente scomodo agli occhi di chi era stato affiliato a Cosa Nostra recitando il padre nostro dei mafiosi, in dispregio alla preghiera insegnata da Gesù? La sessione Ordinaria dei Membri della Congregazione vaticana delle Cause dei santi del 12 dicembre 2006 rilevò dei punti critici nella causa di beatificazione, domandando di chiarire -come in effetti successivamente avvenne- se si potesse dimostrare l’odium fidei nell’uccisore di Puglisi (un sicario che aveva al suo attivo il triste primato di quasi mezzo centinaio di morti ammazzati) e nei mandanti (i vertici della “cupola mafiosa”), oppure se ci si trovasse di fronte ad un omicidio ispirato dalla voglia di vendetta dei mafiosi nei confronti di quel parroco che ostacolava i loro interessi sociali ed economici. Di appurare, insomma, se l’avessero ucciso non tanto perché cristiano, men che meno prete, ma in quanto persona che – con le sue risorse, le sue finalità ed i suoi metodi, differenti da quelli giudiziari – causava intralci ai piani mafiosi di controllo ingiusto e illegale del territorio di cui era parroco. La risposta venne dal capo dei capi, da Leoluca Bagarella, che s’arrabbiò coi Graviano non soltanto perché i loro uomini hanno ammazzato il parroco di Brancaccio, ma perché hanno dato il tempo a quel prete di diventare qualcos’altro, una specie di eroe inerme, cioè protagonista non violento di un modus vivendi, insomma di resilienza, dimostrata anche non chiedendo al cardinale Pappalardo di essere trasferito ad altra sede per evitare possibili pericoli, per non smentire la speranza seminata  cedendo alla disperazione  proveniente da una realtà territoriale impossibile da cambiare.
 
I dati di fatto, dunque, erano che il parroco Puglisi offriva ai giovani concrete alternative allo sfruttamento ed al disagio sociale, anzi suscitava in essi fiducia insegnando a praticare la legalità, anche quando si trattava di chiedere un prestito al Banco di Sicilia, che sarebbe stato restituito con i proventi di una lotteria regolarmente fatta registrare da don Pino all’Intendenza di Finanza. Per loro investiva sull’educazione, sulla semina di speranza, sulla facilitazione della resilienza, usando “anche” la sua mitezza e “tecnica del sorriso”. Un dolce sorriso, quello di don Pino, espresso anche in punto di morte, quasi a voler dire che era possibile il cambiamento anche in quel quartiere degradato e pressoché dimenticato dalle Istituzioni civiche e dai politici. E tutto ciò generò avversione nei confronti di un messaggio che altro non era -ed è- che il fedele annuncio dell’insegnamento evangelico.
 
In definitiva, don Puglisi ha pagato il suo amore per Cristo e per la Chiesa con la propria immolazione “reo” di aver “aizzato” la gente a perseguire valori umani e cristiani, quali la tutela dei più deboli, dell’educazione della gioventù, del rispetto della giustizia e della legalità, dell’acquisizione di diritti fino a quel momento totalmente negati ai cittadini. E tutto questo con la sola “arma” del Vangelo di Cristo. 3P: prete tanto semplice, quanto scomodo, specialmente per chi tentò di relegarlo in un angolo, anzi cancellarlo. Ieri, i mafiosi fisicamente. Oggi tutti coloro che pensano di farne un santino da conservare nel portafogli. Ma di fronte ad un martirio che chiama al dovere della testimonianza, non c’è più spazio ormai per la menzogna del male. Non più.
 
Monsignor Vincenzo Bertolone è arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace e presidente della Conferenza Episcopale Calabra. E’ anche postulatore della causa di canonizzazione di don Puglisi

Fonte: zenit.org
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